La scuola inglese che insegna la sconfitta alle sue studentesse (Corriere della Sera)

In un istituto femminile di alto livello di Wimbledon è stata presa una iniziativa paradossale: la «Settimana del fallimento».

Il modello di riferimento mi sembra quello dell’allenamento sportivo che prevede di procedere per prove ed errori nella convinzione che anche il fallimento, se accettato ed elaborato, sia parte integrante del percorso verso il miglior risultato possibile, mai definitivamente raggiunto. Spesso invece la difesa strenua della sicurezza, la paura di sbagliare, l’incapacità di accettare e valorizzare i propri errori bloccano l’esposizione al rischio rendendo i ragazzi conformisti e passivi.

Per rompere questa inibizione, il seminario si concentra sull’acquisizione della fermezza, del coraggio e della resilienza, cioè sulla capacità di superare i traumi recuperando l’integrità precedente.

Alla discussione parteciperanno i genitori e saranno proiettati video ove personaggi di successo racconteranno quanto hanno appreso dai loro errori. Il «buon uso del fallimento» può essere un progetto valevole anche per noi?

Penso di sì perché in una scuola sempre più competitiva (basta pensare alle selezioni per l’accesso ai migliori licei, oltre che all’università) i ragazzi sono sollecitati dalle famiglie e dagli insegnanti a rendere sempre al massimo, senza ammettere alcuna possibilità d’insufficienza e di errore.

Di solito questi sforzi danno ottimi risultati ma il loro raggiungimento può comportare un costo invisibile: l’accondiscendenza. Se lo studente si applica per compiacere gli educatori, se fa tutto quello che deve e non tutto quello che può, rinuncia a realizzare se stesso e ad esprimere interamente le sue potenzialità. Solo tentando di superare il livello raggiunto, affrontando l’azzardo e il pericolo di non farcela, i ragazzi possono conoscere le proprie capacità fisiche e psichiche e valutarle attraverso il confronto con se stessi e con gli altri.

Le frustrazioni, se commisurate alla maturità dei ragazzi, aiutano ad approntare anticorpi contro la disperazione. Pensare che il percorso evolutivo possa svolgersi per intero sotto il segno della felicità è una illusione pericolosa perché non esistono assicurazioni in proposito. Prima o poi viene il momento di fare delle scelte che comportano dei rischi ed evitarle può servire a sopravvivere, ma non a vivere.

Invece i nostri bambini crescono al tempo stesso iperprotetti dalle frustrazioni e ipersollecitati al successo: gli si chiede di eccellere nelle materie scolastiche, nelle attività sportive, nelle espressioni artistiche, nelle relazioni sociali confermando il figlio ideale a scapito di quello reale. Ammettere che possa sbagliare richiede, con beneficio di tutti, che l’educatore rinunci alla perfezione, riconosca i propri limiti e, superando il desiderio di onnipotenza, affidi progressivamente ai giovani la responsabilità della loro vita.

2 commenti

Archiviato in Italiano, Scuola

2 risposte a “La scuola inglese che insegna la sconfitta alle sue studentesse (Corriere della Sera)

  1. Sarebbe importantissimo anche da noi. Accettare e superare i fallimenti, imparando da essi è la base del successo di grandi aziende e di grandi personalità. Basti citare Google, che sforna progetti e, senza traumi, prende atto di quelli che non hanno funzionato e li abbandona, o Steve Jobs, che ha avuto momenti di grande successo ma anche di grande delusione professionale, metabolizzati e superati.

    Troppo spesso, anche da parte di noi genitori, da un lato si drammatizza il brutto voto o il singolo episodio invece di focalizzarsi sul rendimento di medio e lungo periodo, e dall’altro si rifiuta la “presa d’attto” e si persevera su strade ormai senza uscita, sprecando enormi energie che sarebbero più utilmente investite in far nascere “nuovi progetti” che non a cercare di tenere in vita progetti morti o moribondi.

  2. maresa berliri

    Sia l’articolo del Corriere della sera che il commento di Andrea sono molto interessanti e mi trovano d’accordo. Saper gestire i fallimenti è molto importante sia per i nostri ragazzi che per noi genitori. Così, riflettendo su quanto proposto, mi vengono in mente tre cose più una.
    1. Le ragazze tendono a sottovalutare le loro capacità. Alcune ricerche condotte in proposito mettono in evidenza che se in una classe chiedete a ragazzi e ragazze quali ritengono che siano i loro voti e le loro qualità, i maschi si alzano i voti e le capacità, al contrario di quello che fanno le ragazze. En passant, vale la pena di notare che al livello scolastico, le ragazze generalmente sono più brave dei ragazzi (anche se poi gli uomini accedono in maggioranza a incarichi alti nella vita sociale, politica, economica, al contrario di quello che avviene per le ragazze). Detto questo è importantissimo lavorare sulla capacità di gestire gli insuccessi e le frustrazioni dei nostri figli e per le ragazze fare un lavoro in più di empowerment.
    2. Dovremmo riflettere su quanto la nostra scuola sia in grado di insegnare ai nostri ragazzi e ragazze a gestire gli insuccessi e le frustrazioni. Da questo punto di vista dovremmo fare una riflessione sulla nostra classe docente. Molti, moltissimi sono molto bravi, responsabili, consapevoli, altri meno. Alcuni sembrano non avere nessuna voglia di aiutare e di sostenere chi ha preso un brutto voto a riprendersi e a gestire in chiave costruttiva la frustrazione e l’insuccesso. Uno dei rischi maggiori è che il ragazzo o la ragazza pensi che tutto il suo studiare sia inutile, che il suo destino sia già segnato e che quindi non c’è modo di rimediare. Se si entra in questa spirale, uscire fuori diventa molto difficile. Penso che sarebbe urgente (anzi che dico, urgentissimo) lavorare sulla valutazione della scuola (e quindi dei docenti) e svolgere un’azione di responsabilizzazione del corpo docente. Si tratta di persone che fanno un lavoro importantissimo, spesso bistrattato e questo ha delle conseguenze anche in termini di qualità della scuola. In alcuni casi penso che potremmo quasi parlare di “occasioni mancate” di crescita, di responsabilizzazione, di acquisizione di compentenze da parte dei nostri figli.
    3. Un terzo elemento di riflessione penso che debba riguardare noi genitori. Ognuno di noi ha delle aspettative (dei sogni, dei progetti, ecc.) sui propri figli. Ma i figli sono diversi da noi. Le loro aspettative non sono le nostre. Come diceva Andrea, dovremmo avere la capacità di capire quando un nostro progetto non è perseguibile e rimetterci in gioco e ricominciare da capo, senza pregiudizi.
    4. Infine, un grazie ad Andrea per questo spunto di riflessione e per gli altri suggerimenti che nelle ultime ore ha aggiunto a questo suo blog. Occorre essere propositivi e aperti verso il futuro e verso le nuove opportunità.
    ciao
    maresa

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...