Idea Vacanze da Repubblica: Tour dei principali campus USA

Repubblica segnala come meta turistica i campus delle più importanti università USA. Per chi va oltre oceano credo sia molto interessante ed utile, oltre alle solite mete più o meno “serie” (dal MOMA a Abercrombie!) far fare ai ragazzi anche solo un giro in un campus.

L’atmosfera che vi si respira è a mio avviso il migliore “motivatore” verso lo studio (anche dell’inglese!). La cosa migliore è passare un periodo di studio in questi luoghi (ho postato e posterò una serie di opzioni disponibili), ma anche un semplice “giro”, a latere di un viaggio di famiglia può essere utile.

Di seguito l’articolo di Repubblica:

Usa. Idea vacanza nei campus

di Giulia Belardelli

Oasi di design a due passi dall’oceano o villaggi gotici dal fascino noir. Le università americane sono spesso ricche di musei e collezioni, centri  dove si delineano tecnologie e scenari futuri. Un tour tra i dieci atenei da non perdere
Ogni giorno ne leggiamo i nomi, a dimostrazione che la nostra vita è legata a quelle aule e a quei laboratori molto più di quanto pensiamo. Magari ci è stata studentessa la nostra autrice preferita, oppure ci ha fatto il dottorato quel ragazzo timido e impacciato che poi si è aggiudicato il Nobel. Tra quei banchi, ai due lati d’America, si sono seduti Steve Jobs (anche se per poco, prima di partire per altre avventure) e Mark Zuckerberg (quando, ancora 19enne, a colpi di birra e genio, metteva a punto il suo Facebook).

Un giro tra le università più prestigiose d’America, dove si forma la nuova classe dirigente e dove il movimento di Occupy Wall Street sta iniziando a diffondere il suo verbo, è uno dei modi più divertenti per conoscere meglio questo grande paese, i suoi punti di forza e le sue diseguaglianze (le rette, in alcuni casi, sfiorano la quota dei 50.000 dollari all’anno). Abbiamo scelto dieci mete dalla East alla West Coast, dieci campus da abbinare alla visita di altrettante città americane, da Boston a Chicago, da Charlottesville alla immancabile Baia di San Francisco.

A spasso per Harvard. Il nostro giro inizia a Cambridge (Massachusetts), sulle sponde del Charles River, dove sorgono due delle università più prestigiose del mondo. Nella cittadina, a due passi da Boston, vivono migliaia di studenti e ricercatori: uno dei passatempi preferiti dei turisti è provare a indovinare cosa studino, salvo poi accorgersi di essersi puntualmente sbagliati, magari scorgendo uno spartito spuntare dallo zaino di un presunto chimico. Il centro, al tempo stesso vivace ed elegante, è Harvard Square, una piazza in cui si mischiano caffè, librerie e spettacoli all’aperto. Basta attraversare la strada per varcare i cancelli di Harvard, la leggendaria università che tra i suoi laureati vanta decine di premi Nobel e sette presidenti americani.

A guidarvi nei meandri del campus – raccontandovi storie e aneddoti tra dormitori e biblioteche – saranno gli studenti stessi. I tour partono dall’Holyoke Center e durano circa un’ora; sono tutti gratuiti, anche se è buona norma lasciare una “tip” al termine del giro. Da qualche anno tra le tappe di rito è entrata anche la Straus Hall, la casa-dormitorio che ospitò un giovanissimo Mark Zuckerberg ai tempi dei primi vagiti di Facebook.

Come si intuisce subito, Harvard è l’università più longeva e ricca del paese. Anche per questo ha accumulato dei musei che varrebbero da soli una visita da queste parti, come il Fogg Art Museum (capolavori dell’arte occidentale dal Medioevo fino ai giorni nostri, con alcune perle dell’Impressionismo), il Busch-Reisinger Museum (arte dei paesi dell’Europa del Nord) e l’Arthur M. Sackler Museum (opere asiatiche e islamiche). Altri pezzi forti sono l’Harvard Museum of Natural History e il vicino Peabody Museum of Archaeology & Ethnology, dove spiccano gli spazi dedicati alle popolazioni indigene e una meravigliosa collezione composta da quasi 4.000 fiori di vetro. A crearli, petalo per petalo, furono due artisti tedeschi del XIX secolo, Leopold e Rudolph Blaschka, un padre e un figlio accomunati dalla stessa – incredibile – abilità di riprodurre con il vetro anche le più minute venature del più piccolo fiore. Ne fanno parte fiori provenienti da ogni angolo del pianeta, invernali ed estivi, di montagna e del deserto.

MIT, nel tempio dell’innovazione. Lasciare Cambridge senza fare una sosta al Massachusetts Institute of Technology è quasi un’eresia, soprattutto se siete appassionati di scienze e tecnologia. Qui, infatti, troverete di tutto: laboratori di ultima generazione e opere d’arte innovative (tra cui i coraggiosi bronzi di Henry Moore), rigorosamente ospitati in edifici all’avanguardia e perfetti dal punto di vista della tutela ambientale. A solleticare l’intelletto basta già lo slogan dell’università: “Open Campus, Open Minds”, un concetto a cui sono ispirate le visite guidate, anche in questo caso organizzate dagli studenti. Spesso i tour iniziano dal Corridor Lab, una galleria dedicata alla dimostrazione interattiva di fenomeni scientifici e ingegneristici. A differenza di un comune museo delle scienze, il Corridor Lab invita i visitatori a comprendere i principi nascosti dei fenomeni, con la possibilità di approfondire i temi che interessano di più. Il MIT Museum e le gallerie associate sono un invito all’esplorazione a 360 gradi: si va dall’intelligenza artificiale all’olografia, passando per le sculture dinamiche di Arthur Ganson e il “Sintetizzatore Paradiso”, un sintetizzatore capace di produrre ambienti sonori irripetibili percorrendo tutti gli aspetti possibili della creazione e della modificazione del suono (per chi volesse viaggiare un po’ con la mente, c’è anche la possibilità di sentire i suoni in diretta a questo link).

Ancora più vicino al Charles River si trova invece il List Visual Art Center, che raccoglie opere d’arte visiva (quadri, murales ma anche istallazioni) ed è sempre aperto a progetti artistici innovativi e al limite del surreale. La visita, però, può dirsi completa solo dopo una sosta alle MIT Libraries & Archives e al Ray & Maria Stata Center. Quest’ultimo è il centro in cui sono ospitati, oltre al Dipartimento di Linguistica e Filosofia, il Laboratorio di Informatica e Intelligenza Artificiale e quello di Informazione e Decisione dei Sistemi. In altre parole, è il luogo in cui si immagina la tecnologia che useranno tra decenni i nostri figli e i nostri nipoti. La storia architettonica dell’edificio è tutta un programma: Frank O. Gehry pensò di costruire una struttura a incastri (si tratta infatti di due edifici messi uno dentro l’altro, in effetti un po’ straniante), che però non piacque a molti. Lo stesso MIT fece causa all’architetto e all’impresa che realizzò il progetto per alcuni “problemi tecnici” e sostenendo che “non erano stati forniti sufficienti dettagli”. Critiche a parte, lo Stata Center è oggi uno dei simboli del MIT e sorge sulle ceneri del Building 20, a sua volta sede dello storico Radiation Laboratory. Vi hanno uffici personaggi del calibro di Noam Chomsky e Tim Berners-Lee, così come il guru del software libero Richard Stallman.

Welcome @YaleUniversity. A metà strada da Boston e New York si trova New Haven, la cittadina più vivace del Connecticut. Nella zona del Garden spuntano come funghi chiese coloniali e pareti vestite d’edera, mentre nelle vie limitrofe si alternano musei, ristoranti etnici e negozi dove l’originalità è un must. La scritta “Yale University” campeggia a ogni angolo: nelle librerie e nei teatri, appesa alle porte e sugli autobus. Dall’Università di Yale (fondata nel 1701) sono usciti ben cinque presidenti americani e tantissimi studiosi e scienziati di fama internazionale. Il campus è una città in miniatura caratterizzata da edifici in stile gotico. Il punto di riferimento, guardando verso l’alto, è la Harkness Tower, una torre il cui carillon suona a intervalli regolari per ricordare agli studenti doveri e piaceri.

Se Harvard è l’ateneo più antico, Yale vanta però il primo museo d’arte universitario d’America: la Yale University Art Gallery. Vi si possono ammirare opere di Winslow Homer, Edward Hopper e Jackson Pollock, oltre a capolavori europei tra cui il celebre “Caffè di notte” dipinto da Vincent van Gogh. Anche qui c’è spazio per una ricca collezione di paleontologia, con fossili di dinosauro considerati tra i più completi al mondo (il Peabody Museum of Natural History). Per una visita guidata ci si può recare al centro visitatori di Yale, scoprendo anche che l’università possiede una delle più grandi collezioni di arte britannica al di fuori del Regno Unito (la Yale Center for British Art).

In generale, basta una passeggiata tra le vie di New Haven per immergersi a pieno nella vita studentesca. A cominciare dalle abitudini alimentari, spesso non delle più sane. Alle porte dell’università, infatti, abbondano negozi di dolci nati per “nutrire le giovani menti” e “sollevare il morale” dopo maratone di studio. Un esempio è Ashley’s Ice Cream, un posto in cui è possibile comporre misti giganteschi di torta-gelato-yogurt come mai ci azzarderemmo a fare in Italia. Oppure Insomnia Cookies, catena di pasticceria inaugurata alla University of Pennsylvania e recentemente approdata anche a Yale. La sua specificità sono appunto i biscotti, di cui si può fare incetta anche a notte fonda, a libri chiusi o – più verosimilmente – a fine party. Le aule sono aperte a tutte le ore, alcune anche dopo mezzanotte. Anzi, è quando il sole tramonta che i laboratori di teatro e musica si animano di vita propria, pronti a far sbocciare nuovi talenti e – perché no – nuovi amori.

Immaginando la nuova Columbia. La Columbia University è uno dei più prestigiosi college dell’Ivy League. L’università è arrivata a Morningside, nella parte nord di Manhattan, nel 1897, quando ancora la metropoli si affollava più a sud. Una volta entrati, ci si ritrova di fronte a un grande prato centrale su cui si staglia la Low Library, un edificio risalente al 1895 e progettato in stile neoclassico da McKim, Mead e White (artefici anche di molti altri edifici del campus). Sulla scalinata della biblioteca a dare il benvenuto a matricole e visitatori è la statua di Alma Mater, che quasi invita ad accomodarsi sulle scale in compagnia di un buon libro. La Hamilton Hall, invece, è famosa perché fu occupata nel 1968 dagli studenti: da allora è diventata palcoscenico di proteste e feste universitarie, oltre che di mostre fotografiche, conferenze, proiezioni cinematografiche e quant’altro. Dettaglio non da poco, ci ha studiato Barack Obama.

Presto, però, la storica università compirà la trasformazione più grande della sua storia. È in corso, infatti, la costruzione di un nuovo “centro accademico multifunzionale” nell’antica zona industriale di Manhattanville, a West Harlem. Il progetto, guidato da Renzo Piano in collaborazione con lo studio di architettura di Chicago Skidmore, Owings and Merrill (SOM), rivoluzionerà per sempre il volto di Harlem, che da storico quartiere afroamericano si prepara a diventare (anche) centro internazionale del

Georgetown, studiare all’ombra di Capitol Hill. Come si capisce fin dal nome, l’università si trova nell’elegante quartiere di Georgetown, il più ricco e ambito di Washington DC, sulle collinette che lambiscono il fiume Potomac. La porta principale è tra la 37esima e O street. Fondato nel 1789 come college gesuita di Georgetown, si tratta del più antico ateneo cattolico del paese. Si sono formati qui tantissimi diplomatici, giudici della Corte Suprema e politici (uno tra tutti, Bill Clinton).

Nel campus si incontrano diversi stili architettonici, dalla semplicità del portico e della facciata georgiana dell’Old North Building (che risale al 1795), ai misteriosi dettagli romanici della Healy Hall (novant’anni più tardi), passando per edifici più moderni e dai contorni avveniristici. Più a sud, lungo M street, sorge l’Historic Car Barn, un imponente edificio di mattoni che un tempo ospitava la Capitol Traction Company ma che oggi fa parte dell’università. Qui, ironia della sorte, sono state girate diverse scene del film L’Esorcista (1973), tra cui il rovinoso volo di Padre Karras dalle scale. Ebbene, quei 97 ripidi scalini sono stati ribattezzati “The Exorcist Steps”, una scorciatoia quotidiana usata dagli studenti di Georgetown per arrivare da M street a Prospect street. Il luogo, però, era considerato un po’ sinistro fin da prima che arrivassero le troupe di William Friedkin, tanto da meritarsi il soprannome di “Hitchcock Steps”.

University of Virginia, il gioiello di Thomas Jefferson. L’Università della Virginia è il cuore pulsante di Charlottesville, una graziosa città abbracciata dalle Appalachian Mountains. La sua storia è indissolubilmente legata a quella di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori e primi presidenti degli Stati Uniti. La sua residenza si trova a poche miglia dal centro, a Monticello, ma lo zampino presidenziale si trova un po’ ovunque, a cominciare proprio dall’ateneo che lui stesso decise di fondare nel 1819.

Jefferson voleva un’università pubblica di levatura nazionale, specializzata nella formazione dei futuri leader della cosa pubblica piuttosto che nelle singole professioni. Per questo la UVa è stata la prima università “non settaria”, pioniera anche nell’introduzione del sistema dei corsi a scelta dello studente. Il presidente si occupò personalmente dei dettagli, pianificando i curricula, selezionando egli stesso il corpo docente (all’inizio composto da soli otto professori!) e soprattutto disegnando il “villaggio accademico”, uno spazio verde circondato da edifici residenziali e accademici, giardini e una maestosa Rotunda (lo spunto – neanche a dirlo – venne dal Pantheon di Roma, di cui l’edificio ricalca, dimezzandole, le dimensioni). Secondo gli storici, il villaggio riflette la concezione di Jefferson dello studio come “parte integrante della vita”: la cittadella accademica, infatti, è basata sul principio della condivisone del sapere, il miglior nutrimento per la vita della mente. Il luogo (danneggiato da un brutto incendio nel 1895 ma poi riportato a nuova vita) conserva tracce di quella sacralità, colorita oggi dai tanti caffè e wine bar all’aperto in cui professori e studenti amano concedersi una pausa.

Notre Dame, una tappa diversa. L’università di Notre Dame si trova accanto alla tranquilla cittadina di South Bend (Indiana) e a due ore di macchina dai grattacieli di Chicago. Fare una deviazione fin qui consente di vedere un’altra parte d’America, lasciandosi alle spalle le grandi città e osservando dal vivo la laboriosità dei piccoli centri industriali. Il campus è piccolo ed estremamente curato, tutto in stile goticizzante, con due laghetti nel mezzo. Le note caratteristiche sono la biblioteca (dove troneggia il Touchdown Jesus, un enorme Gesù con le braccia alzate così soprannominato data la vicinanza allo stadio di football) e la cupola dorata (l’imponente Golden Dome). Uno dei Dipartimenti più forti è quello di Fisica, che vanta ben tre acceleratori di particelle, tra cui uno nuovo di zecca. Il momento topico della settimana, però, è il weekend, quando nella cittadina si riversano ex studenti e parenti da tutto il paese per assistere alle famigerate partite di football. Lo stadio, poco più grande dell’Olimpico, registra sempre il tutto esaurito. A dire il vero si tratta di una partecipazione più affettiva che altro: mentre un tempo, infatti, la qualità della squadra giustificava tanto entusiasmo, negli ultimi anni le prestazioni sono state un po’ scadenti. Un fatto che però non ha scoraggiato i fedelissimi del Notre Dame Football, che ogni fine settimana sono lì, pronti a sostenere la loro squadra tra un cheeseburger e una Buffalo wing.

Dreaming California: obiettivo Caltech. Per chi è in visita a Los Angeles un giro al California Institute of Technology riserva un fascino che potremmo dire di un altro mondo. Qui, infatti, nel  Jet Propulsion Laboratory (situato a qualche miglia dal campus principale) vengono sviluppati assieme alla NASA i robot delle missioni spaziali: da Mercurio a Saturno, tutti i pianeti del sistema solare sono stati visitati dalle navicelle create in questo edificio. Se non foste ancora sazi di spazio, un giro al Palomar Observatory potrebbe avvicinarvi ancora di più agli altri corpi celesti, magari buttando un occhio al telescopio Hale, fino a poco tempo fa il più potente al mondo.

Il Caltech, però, non è solamente astronomia e missioni spaziali: qui fisica, chimica, biologia e tecnologia sono perfettamente a casa. Nonostante le sue ridotte dimensioni (in media ci sono all’incirca 2.500 alunni), l’università vanta ben 31 premi Nobel. Non pensate però di trovare solo sgobboni che passano le intere giornate sui libri: i suoi studenti sono famosi per gli scherzi rivolti soprattutto ai rivali del MIT. Negli ultimi anni, diverse prese in giro dell’istituto di Boston sono apparse nel campus, dalle finte copie del giornale “The Tech”, la rivista del MIT, alle magliette distribuite alle matricole bostoniane che recitavano “MIT… perché non tutti possono andare al Caltech”.

Per completare la visita del campus è poi obbligatoria una passeggiata nella via degli Ulivi. Volute per ricreare un’ambientazione mediterranea e che ispirasse tranquillità, le 130 piante rendono estremamente piacevole spostarsi tra gli edifici del campus e, da cinque anni a questa parte, ospitano il Festival della Raccolta delle Olive, un evento in cui studenti e professori si cimentano nella raccolta e nella pressatura, producendo così l’olio del Caltech, una prelibatezza che si può acquistare nella libreria studentesca. Se però volete assistere ad un po’ di folklore misto a scienza, non si può mancare al lancio della zucca il giorno di Halloween: ogni anno dalla sommità della Millikan Library viene lanciata una zucca – precedentemente congelata in azoto liquido per raggiungere temperature di molto al di sotto dello zero – che allo schianto al suolo dovrebbe produrre luce per triboluminescenza, un fenomeno fisico in cui si ha produzione di luce durante la distruzione della materia (che in questo caso sarebbe la povera zucca).

Stanford University, le radici della Silicon Valley. Sessanta chilometri a sud-est di San Francisco, la Leland Stanford Junior University (questo il suo vero nome) con i suoi 33 chilometri quadrati di campus è molto più di una semplice università. Caratterizzato da uno stile richardsoniano romaneggiante (ovvero con edifici rettangolari in pietra uniti da arcate che ricordano gli acquedotti romani), il campus vanta numerose attrattive di arte e architettura. Qui si trova infatti la seconda più grande collezione di sculture di Rodin, ben quattrocento opere in gran parte in mostra nel giardino dedicato all’artista francese e uno dei primi lavori dell’architetto Frank Lloyd Wright, la casa di Hanna-Honeycomb. Quest’ultima, che venne costruita nel 1937, rappresenta il primo esempio del design esagonale ideato da Wright, che ha generato il nome di Honeycomb, ovvero a nido d’ape.

Al di là dell’arte, però, chi visita la Stanford University non può fare a meno di subire il fascino di una delle più grandi rivoluzioni iniziate proprio in questo luogo: la Silicon Valley. Qui negli anni Cinquanta il direttore accademico Frederick Terman aprì le porte dell’università per favorire la nascita di piccole industrie figlie delle idee di studenti e ricercatori dell’università; videro così la luce molte delle più importanti tecnologie e società sviluppate negli ultimi sessant’anni, dai prodotti della Hewlett-Packard ai primi passi di uno giovanotto che pur non iscritto seguiva alcune lezioni di elettronica, Steve Jobs. Se, infine, mentre passeggiate nel campus pensando alla grandiosità di quest’università (oltre 50 premi Nobel) sentirete delle urla primordiali, non temete: durante le settimane di studio più intenso gli studenti sono soliti abbandonarsi a urla a squarciagola per allentare lo stress e rinfrescare il cervello. Forse i loro vicini di stanza non la pensano così… ma ogni università americana ha le sue tradizioni.

Berkeley, l’innovazione di domani. L’Università di Berkeley non ha bisogno di presentazioni, essendo uno dei centri d’eccellenza della ricerca mondiale. Insegnano qui sette premi Nobel, una trentina di MacArthur Fellows e diversi esponenti delle accademie nazionali di scienze e ingegneria. Il campus si affaccia sulla Baia di San Francisco; alla città lo collega il vicino Oakland Bay Bridge, passando per Treasure Island. Concepito come un’osasi urbana, il campus conserva tutto il fascino e la bellezza della California. Il punto più maestoso dell’università è il Campanile, da cui si gode di una vista meravigliosa sulla Baia, soprattutto al tramonto. Ogni edificio, però, ha storie da raccontare e grandi menti a cui rendere omaggio, dall’University House (la residenza ufficiale del rettore, risalente al 1911) al Valley Life Sciences Building (struttura che ospita le ultime tecnologie per lo studio della biologia cellulare e molecolare). Spazi enormi che brillano sotto il sole di California, dove la storia della scienza si incontra con il suo domani. E dove è bello fermarsi a pensare a quante scoperte sono state fatte tra queste pareti e quante ne restano ancora da fare.

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Attività Extra Scolastiche, Italiano

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...