Altro articolo (che non condivido) sull’INVALSI #invalsi #scuola

Tutti gli interrogativi sui test per i ragazzi

di Marina Boscaino – Il Fatto Quotidiano – 20 maggio 2012 – pag. 11

L’Invalsi è l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e Formazione. Cosa sono i test Invalsi, di cui ciclicamente e insistentemente parlano i media? Sono prove per misurare in diversi momenti del percorso scolastico gli apprendimenti degli studenti in italiano e matematica, che dovrebbero individuare e rappresentare tutti i livelli, dai più bassi ai più alti. Ogni anno sono somministrati alle II e V classi della scuola elementare e alle I e III delle medie.
Dallo scorso anno, ed è questo l’elemento che ha scatenato il dissenso, anche alle II classi delle superiori. I motivi di contrasto sono strettamente legati agli stessi test, e ad alcuni loro corollari. Per i fan acritici della valutazione e per il Miur, è comodo pensare che la scuola sia allergica a tutto ciò che “puzza” di valutazione: i valutatori non amano essere a loro volta valutati. Questo quando persino negli Usa (pionieri di questa strategia) alcuni protagonisti di primo piano delle politiche educative considerano ora i test inadeguati a saggiare gli apprendimenti.

Cercherò di spiegare quindi quanto sia superficiale e fuorviante questa replica. In primo luogo una somministrazione identica per ogni indirizzo di scuola, dal liceo classico al professionale, dalle metropoli alle province isolate, dal centro di Milano alla periferia di Agrigento, è iniqua: nulla di più ingiusto che far parti uguali tra diversi. Con buona pace di don Milani. Vediamo ora l’aspetto tecnico: i test oggettivi standardizzati a risposta multipla possono misurare solo conoscenze. Viceversa l’Invalsi vuole misurare competenze, il “saper fare”, utilizzando uno strumento inadeguato. Tale modalità di indagine peraltro è molto lontana da metodologie e obiettivi praticati nelle nostre scuole.

È una prospettiva non coerente con la nostra impostazione didattica, meno “meccanizzata”, basata su pluralità dei punti di vista e sinergia tra conoscenze, competenze e abilità, e con esse dei saperi analitico-critici complessi. Insomma: si misurano competenze non centrali nell’impostazione formativa della scuola italiana. I test proposti, inoltre, sono una serie di istantanee; e non hanno lo stesso peso di una costante misurazione diacronica: punto di partenza, punti intermedi, punto di arrivo; solo così si potrebbero individuare strategie di interventi davvero efficaci.
Ma dietro “l’Invalsimania” c’è altro. Un ossequio di maniera all’Europa, ossia un’imitazione banalizzante delle pratiche di valutazione che molti Paesi conducono da anni a vari livelli: apprendimenti, capacità dei docenti, efficacia delle scuole. Molti pensano che i test andranno a giustificare la logica premio-punizione di brunettiana memoria. Il precedente governo, ideatore del “contenimento di spesa” nella scuola, progetto cui l’attuale non pare aver rinunciato, aveva detto chiaramente di considerare i test come misurazione (e valutazione) indiretta della qualità di istituti e insegnanti. Nelle famose 39 risposte inviate all’Ue nell’autunno 2011, vi è un riferimento esplicito alle prove Invalsi in rapporto ad accountability delle scuole, incentivi e finanziamenti. Per i risultati negativi, si parla di “ristrutturazione” e “ridimensionamento della singola scuola”, mai di rimedi.
Perché non si dice finalmente e in modo chiaro a cosa servono i test Invalsi? Finché non si darà risposta a questa domanda, non sarà possibile smorzare le polemiche. I test verificano infatti potenziamenti della qualità del sistema scolastico italiano mai avviati. Al contrario, i test sono stati imposti assieme a misure (tagli di ore e risorse, aumento di alunni per classe, accorpamenti) che hanno peggiorato gli standard qualitativi. Misurare gli apprendimenti dopo un triennio di risparmi sconsiderati, che hanno “fatto cassa” sulla scuola dello Stato è un esercizio retorico. Tanto più che né le precedenti misurazioni né gli esiti negativi dei test internazionali hanno indirizzato le politiche scolastiche verso l’incremento effettivo del successo formativo.
Le ambiguità proseguono: imposti lo scorso anno con una nota ministeriale, i test sono stati introdotti nell’art. 51 del D. L. n. 5 / 12: “Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria di istituto, alle rilevazioni nazionali riguardanti degli apprendimenti degli studenti (…)”. Il concetto di “attività ordinaria” non ha riscontro nel contratto di lavoro, che contempla attività “di insegnamento” e “funzionali all’insegnamento”.

È quindi una formulazione che lascia vari dubbi, ma che certo non afferma né l’obbligo dei docenti a svolgere i test a prescindere dalle delibere dei Collegi dei docenti né, tanto meno, quello di questi ultimi a deciderle. Ancora una volta la politica del Miur continua a essere improntata al non ascolto. Il silenzio produce il proliferare di una tensione inopportuna nel mondo della scuola (ci sono stati provvedimenti disciplinari nei confronti di studenti che non hanno voluto partecipare) e comportamenti truffaldini (dettatura delle soluzioni) da parte di insegnanti incapaci di sottrarsi, ma spaventati dall’incertezza dell’esito. Non varrebbe la pena dire, per una volta, parole chiare?

1 Commento

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Una risposta a “Altro articolo (che non condivido) sull’INVALSI #invalsi #scuola

  1. Angela Fancello

    Credo che il problema sia nell’incapacità di ascolto.. Dei reali bisogni di docenti e allievi. Eterno problema! Che denota incompetenza e inadeguatezza..E “scimmiottare” l’Europa o gli USA vale, nel nostro provincialismo italiota, a compensare malamente questa lacuna.
    Angela Fancello

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