“La persona è importante ovunque: in fabbrica, in ufficio, nei servizi… ma nella #scuola conta per il 90% – a spanne – nella riuscita dell’«impresa educativa”

In occasione dell’apertura dell’anno scolastico segnaliamo questo articolo del giornalista Umberto Folena uscito sul quotidiano Avvenire il 6 settembre 2012

“La persona è importante ovunque: in fabbrica, in ufficio, nei servizi… ma nella scuola conta per il novanta per cento – a spanne – nella riuscita dell’«impresa educativa”

 Maestri per sempre

Un’aula luminosa è migliore di un’aula tenebrosa. Una classe di venti studenti è preferibile a una classe di trenta. Un istituto con un dirigente tutto per lui è una fortuna, un dirigente diviso tra mezza dozzina di istituti è una mezza sciagura. Un professore che segue la sua classe dal primo all’ultimo anno è decisamente augurabile, malaugurata è quella classe che avrà una grandinata di professori tutti di passaggio. Meglio avere fotocopiatrici funzionanti e dotate di carta; aule specializzate, palestre attrezzate. Meglio, molto meglio. Guai a sottovalutare i problemi strutturali che angustiano la scuola italiana. Ma all’inizio di un nuovo anno scolastico va ricordato che tutto, assolutamente tutto è vano se a mancare, a vacillare, a fallire è la componente decisiva, la sola che può rendere memorabile, fondamentale, indimenticabile un’esperienza scolastica: gli insegnanti, che d’ora in poi chiameremo semplicemente maestri, in senso proprio e in senso lato. Se il maestro c’è, ed è vivo, anche una scuola fatiscente può diventare una reggia. Ma se il maestro è assente, anche una reggia diventa fredda e vuota, inodore e insapore. La scuola italiana ha bisogno di tantissime cose. Ma la prima, quella assolutamente indispensabile, sono i maestri. È una verità solare, eppure mai abbastanza ricordata. La persona è importante ovunque: in fabbrica, in ufficio, nei servizi… ma nella scuola conta per il novanta per cento – a spanne – nella riuscita dell’«impresa educativa».
Chi è un «maestro vivo»? Un alunno di 7 anni descrisse così le sue maestre: «Sono degli zombi». L’espressione, che fa sorridere, purtroppo era tanto plastica quanto reale. Maestre senza alcuna passione, senza calore, senza vita. Forse preparatissime, ma del tutto incapaci di trasmettere il gusto di apprendere, il piacere di sapere e di crescere. Maestre a cui mai un bambino avrebbe fatto un confidenza, e che mai ricorderà con gratitudine e affetto.
La grande maggioranza degli studenti, oggi, è disposta a dare molto, perfino tutto. Ma soltanto a chi, a sua volta, dia tutto a loro. A maestri veri, che conoscono la materia ma la sanno anche insegnare; che considerano gli studenti persone, non numeri; persone con cui entrare in comunicazione. Sono esigenti, i ragazzi, almeno quanto i più esigenti tra i professori. I loro giudizi sui professori zombi, i «maestri mancati», sono impietosi. Studenti si alzano in piedi e chiedono, con educata sfrontatezza: «Professore, quando si deciderà a insegnarci qualcosa?». È davvero accaduto in un liceo del Nordest. Una delle tante loro provocazioni che mettono a nudo i maestri. Non si finge, in classe. Se non hai passione, se dai il minimo, se tiri a campare, se ne accorgono tutti, e ti giudicano, e ti liquidano. Non dai niente? Per me non sei niente. E nessuna traccia lascerai nella mia memoria.
Ai maestri – piaccia loro o no – bisogna dire: niente alibi, la scuola siete innanzitutto voi: esigete molto dai vostri studenti, ma solo se siete disposti a dare loro tutto. E agli studenti va detto: esigete moltissimo dai vostri maestri, ma solo se siete disposti a dare altrettanto. Una scuola memorabile nasce e vive e cresce su questo patto. E per tutti gli adulti, infine, valga quanto un maestro – professore, genitore, artista – come Roberto Vecchioni canta nella sua canzone-invettiva Comici spaventati guerrieri: «I ragazzi nascondono lacrime sospese / come gatte gelose dei figli / hanno un bagaglio di speranze deluse / come onde che s’infrangono sugli scogli». Quelle lacrime vanno fatte affiorare, perché possano asciugarsi; e quelle speranze vanno alimentate e fatte fiorire. «E vorrebbero amare / domani come ieri», conclude Vecchioni. La scuola dei veri maestri e dei ragazzi «guerrieri» è un atto d’amore: amore per se stessi, amore per il sapere, amore per gli altri.

1 Commento

Archiviato in Italiano, Scuola

Una risposta a ““La persona è importante ovunque: in fabbrica, in ufficio, nei servizi… ma nella #scuola conta per il 90% – a spanne – nella riuscita dell’«impresa educativa”

  1. maresa berliri

    Concordo pienamente con l’articolista Folena. Ovunque contano le persone, ma nella scuola e nell’istruzione il ruolo delle persone è decisivo. E’ fondamentale che entrambi i soggetti coinvolti – ragazzi e maestri – diano il massimo. Purtroppo la situazione attuale non è così. Ci sono ragazzi che danno il massimo; ragazzi che non capiscono perché devono lavorare al massimo a scuola; ragazzi che si impegnano ma il loro sforzo non viene ricosciuto; ragazzi che hanno difficoltà a integrarsi nella scuola e non vengono aiutati; ragazzi maleducati o che non studiano. Poi ci sono maestri che fanno molto più del loro dovere e che restano nel cuore e nelle menti dei nostri figli per quello che hanno loro insegnato; ci sono maestri che non si impegnano, tanto lo stipendio lo prendono lo stesso; maestri che preferiscono allontanare i ragazzi che non riescono a integrarsi; maestri che si vendicano; maestri sfiduciati, depressi e per questo anche un po’ isterici; maestri che non ci provano neanche a motivare i ragazzi allo studio; maestri creativi, aperti al futuro e fiduciosi nei confronti dei loro allievi. Nella mia esperienza questi tipi di maestri li ho incontrati tutti. I maestri sono sottopagati – e questa è una vergogna -; sono spesso considerati male – e anche questo non va bene – . Occorre mettere al centro della riflessione della scuola le risorse umane e cambiare la situazione (è una questione di punto di vista). In gioco non c’è solo il funzionamento della scuola, ma la crescita democratica e lo sviluppo del nostro paese.

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