#dislessia Per capirne di più

Rileggiamo la dislessia. Per capire di più

Difficoltà con lettere e cifre: come bisogna comportarsi. Le cause e le reali dimensioni del problema

Corsera, 24 Settembre 2012

MILANO – Prima si è cominciato a parlare di dislessia, poi è stata la volta della discalculia e poi della disgrafia e della disortografia. Tutti (ma soprattutto chi ha figli in età scolare) hanno cominciato ad avere una certa familiarità con questi termini, ma questo non significa sia facile capire che cosa significhino tutte queste “dis”. E viene anche il sospetto che ce ne siano troppe e, come le ciliegie, una tiri l’altra. Insomma, possibile che tutti quelli che una volta venivano etichettati come alunni svogliati perché non leggevano e non scrivevano in modo corretto e fluente (i classici bambini che non si “impegnano”, come dicevano le maestre) adesso siano dislessici? Magari ci sarà anche qualcuno che semplicemente non ha voglia di studiare… 

DIAGNOSI – Respinge con vigore l’idea, o anche solo il sospetto, di un eccesso di diagnosi Giacomo Stella, professore di Psicologia clinica alla Facoltà di scienze della Formazione dell’Università di Modena e Reggio Emilia, uno dei primi in Italia a interessarsi di questi argomenti: «Può sembrare che il problema dislessia e discalculia sia sovradimensionato, ma questo accade solo perché ultimamente c’è stata una sovraesposizione mediatica, specie dopo la legge del 2010, che ha imposto alle scuole precise regole sulle modalità con cui seguire e valutare chi ha questi problemi. La verità è che non si fanno abbastanza diagnosi. E posso provarlo con i numeri. In Italia la stima più prudente ci dice che ha problemi di dislessia o discalculia circa il 3% della popolazione. Gli studenti tra i 6 e 18 anni, in Emilia Romagna, dove vivo io, sono 370 mila, dovremmo dunque avere 11 mila dislessici, ma ne sono stati diagnosticati solo 7 mila. E siamo una delle Regioni più attente al problema».

REGIONI – «Che ci siano differenze nell’attenzione che le varie Regioni danno al problema è evidente — rincara la dose Enrico Ghidoni, responsabile del Laboratorio neuropsicologico dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggo Emilia —, lo dimostra il fatto che, tanto per fare un esempio, secondo i dati del Miur, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in Val d’Aosta il 3% degli studenti soffre di disturbi specifici dell’apprendimento (che comprendono tutte le varie “dis”), mentre la percentuale scende allo 0,2% in Calabria». Eppure il dubbio resta: l’arrivo della nuova legge ha anche imposto batterie di test uguali dovunque, non sarà che questi test sono troppo “difficili” e si finisce con il dare l’etichetta di “dis” a molti che non lo sono? Insomma il colino che si usa non sarà troppo fine? «È vero proprio il contrario — riprende Stella —. Gli americani sì che sono di manica larga, noi invece obbediamo a criteri molto severi. I test che usiamo sono ben fatti, ben standardizzati. E siamo perfino di manica troppo stretta. Lo ha riconosciuto lo stesso Iss, l’Istituto superiore di sanità».

PRUDENTI – Che cosa c’entra l’Iss? «L’Istituto — chiarisce Stella — ha valutato i risultati raggiunti dalla Consensus conference italiana che ha radunato tutte le Società scientifiche che si occupano di queste difficoltà e ha, a sua volta, organizzato una propria Consensus conference. Scopo: verificare – come si fa spesso – che gli interessi corporativistici di specialisti che si occupano di un certo problema non li portino a distorcere i dati. Ebbene, l’Iss, dopo aver rivisto tutta la letteratura scientifica in materia, ha dichiarato che siamo anche troppo prudenti. Per esempio, noi escludiamo dalla diagnosi di dislessia chiunque abbia un quoziente intellettivo inferiore a 85, altrove il limite è di 70. E anche nelle valutazioni specifiche, relative alla velocità di lettura e agli errori compiuti, parliamo di dislessia solo in presenza di allontanamenti dalla media delle performance maggiori rispetto a quello che si fa altrove». Ma non sarà una scuola sempre più “accelerata”, talvolta rigida nelle sue pretese, nonché la pressione delle famiglie, a far sì che al minimo problema si pensi a una patologia (perché tali sono, ricordiamolo, dislessia e discalculia)?

NATURA GENETICA – «C’è del vero: le famiglie sono scatenate sulle performance — risponde Stella — e nelle scuole spesso si vive con angoscia il momento delle terribili prove dell’Invalsi, molto più adatte a una scuola proceduralizzata come quella tedesca che marcia a quiz, che allo nostra, che per altro è tra le migliori d’Europa. Ciò nonostante, le diagnosi fatte riguardano l’1,5 % degli studenti italiani e quindi siamo ben lontani da quel 3% che dovrebbe rappresentare la media nazionale. Piuttosto io credo che genitori e insegnanti possano essere “tentati” dal richiedere una diagnosi di dislessia perché, specie per i primi, è molto più accettabile vedersi certificare questo tipo di patologia piuttosto che altre. Resta il fatto che i test sanno ben discriminare tra i diversi problemi». È ormai certo che dislessia e discalculia siano di origine genetica? Non potrebbero nascere da difficoltà psicologiche? «La natura genetica è accertata da moltissimi studi, mi stupisco che si possa ancora metterla in dubbio. Quanto ai problemi psicologici, non sono la causa ma una conseguenza. E vorrei ben vedere: immagini un bambino che ha difficoltà di cui non capisce bene la natura e che non si riesce del tutto a superare. Come dovrebbe sentirsi? Se poi, magari, ci aggiungiamo il carico di rimproveri da parte dei genitori e degli insegnanti non consci del problema, mi stupirei se non ci fossero difficoltà psicologiche».

TECNICHE – Ma non ci sono tecniche di lettura, “trucchi” che possono aiutare i dislessici a non esserlo più? «La dislessia — precisa Stella — è una patologia su base neurobiologica. Non si può andare a correggere un’area del cervello, però si può fare molto altro. Si possono insegnare tecniche di lettura specifiche. Per esempio, in modo graduale si fa imparare al bambino a leggere parole prima senza doppie, poi senza accenti e così via». Non sembra niente di diverso da quello che si fa in una qualsiasi scuola elementare… «Non è così semplice — spiega lo psicologo clinico —, bisogna conoscere bene la struttura della lingua per graduare le difficoltà. Per questo può essere utile l’intervento temporaneo di un logopedista. A patto di riuscire a trovarlo, perché con il numero chiuso nelle Università, di logopedisti (che per altro non sono utili soltanto ai dislessici, ma a molti altri, per esempio a chi deve imparare di nuovo a parlare dopo un danno neurochirurgico, o dopo una emiparesi destra, o a chi sta perdendo la parola per l’Alzheimer) ne vengono diplomati pochi ogni anno. Da noi diplomiamo soltanto dieci logopedisti all’anno».

STRUMENTI – E gli strumenti compensativi di cui parla la legge del 2010, per intenderci sintetizzatori vocali che sostituiscono i libri scritti, computer con correttore ortografico, calcolatori, e così via sono sempre indispensabili? «Ogni specialista accompagna la diagnosi — interviene Ghidoni — con l’indicazione degli strumenti compensativi che ritiene utili al singolo paziente, non è che tutti debbano per forza aver tutto. Poi, in corso d’opera si aggiusta il tiro. Si fanno “revisioni” delle diagnosi ad ogni nuovo ciclo scolastico e si può scoprire che certi strumenti sono diventati inutili e magari altri potrebbero giovare». «Il problema è un altro: il ragazzo dislessico non ha alcun stigma evidente della sua patologia —interviene Stella — ma nel momento in cui usa uno strumento compensativo diventa un “diverso” agli occhi di tutti. Da qui la resistenza di molti, specie all’arrivo dell’adolescenza, a far ricorso a computer e calcolatori». E qui la sensibilità degli altri, dagli insegnati ai compagni, dovrebbe fare la differenza? «Bisognerebbe riflettere sul fatto che i dislessici — conclude Stella — sono di madre lingua orale. Manca loro la automatizzazione della lettura, ecco perché per loro è più facile imparare ascoltando che leggendo, e fare prove orali invece che scritte. C’è chi è sensibile al problema, chi lo è meno. Tanto per fare un esempio, la legge sulla dislessia è di dieci anni fa, sono invece più di vent’anni che gli Uffici della Motorizzazione sanno dell’esistenza di questa patologia e consentono ai dislessici di non fare quiz scritti, ma solo prove orali».

Daniela Natali24 settembre 2012 | 8:45

 

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