I Numeri da Cambiare: i #dati della #scuola #università #ricerca Italiana nel confronto internazionale

Presentazione del Rapporto Fondazione Rocca  Gruppo Treellle

Martedì 2 Ottobre, ore 9 – 13

Aula Magna Università Luiss, Via Pola 12 Roma

Invito Presentazione

Un articolo de “Il Giornale” anticipa alcuni dati. Sarà utile confrontarli con quelli della CISL, pubblicati da poco, che sembrano in parte contraddirli.

 

Scuola, l’Italia spende più di tutti. Ma restiamo i somari d’Europa

Lo Stato sborsa oltre 8mila dollari a bambino, contro i 7mila degli altri Stati e non siamo i migliori. I ricercatori: “Non mancano i fondi, piuttosto regole nuove”

 

Batte l’Inghilterra, la Germania e persino la talentuosa Francia. A dieci anni i bambini da Milano a Palermo da Trieste a Roma sono più o meno allo stesso (buon) livello. Poi lo «spread» s’impenna. Le medie diventano un «buco nero» dove i quindicenni italiani scendono a capofitto in fondo alla classifica. Ultimi in Europa e ultimi anche se confrontati con gli Stati Uniti.Questione di soldi? Niente affatto. L’Italia sborsa anche di più di altri paesi europei. Anzi. In Italia la spesa per ogni bambino è tra le più alte d’Europa. In soldoni, 8.669 dollari all’anno contro la media europea di 7.762 (dollari all’anno). In Francia spendono molto meno (6.373) così come in Spagna (6.619) e in Germania (7.466). Investimenti che a quanto pare fruttano ben poco, perché poi la dispersione scolastica è tra le più alte e (dato del 2010) il 45 per cento degli italiani ha fatto al massimo la terza media e i dirigenti con una laurea sono neanche 2 su 10 contro l’89 per cento della Francia.Non potevano dunque trovare titolo migliore la Fondazione Rocca e l’associazione Treelle alla corposa ricerca «I numeri da cambiare. Scuola, università e ricerca». Sono 160 pagine di cifre, tabelle, grafici che il 2 ottobre saranno il punto di partenza per un confronto col ministro Profumo al quale parteciperanno anche gli ex ministri dell’istruzione Gelmini e Berlinguer. Molti numeri e pochi giri di parole per dire in buona sostanza che «la scuola italiana non ha bisogno di più soldi semmai di diverse regole nella formazione e nel reclutamento di insegnanti e dirigenti», ha spiegato Attilio Oliva, presidente di Treelle. «Da anni si racconta che la scuola non ha soldi. Una bugia» tuona Oliva snocciolando i dati. In Italia c’è un insegnante ogni 11,3 alunni contro i 21,5 della Francia e i 12,6 tedeschi tanto per citare due esempi. Un numero enorme, circa 130mila insegnanti in più. «Si è data maggiore attenzione all’occupazione che non alla qualità della scuola», commenta Oliva. Così poi non stupisce se la retribuzione oraria dei nostri prof è praticamente la metà di quella dei colleghi tedeschi. Troppi precari sintetizza la ricerca e guarda caso il 21 per cento concentrati proprio nelle scuole medie dove tra l’altro si conta anche il numero maggiore dei professori più vecchi. Ai nostri 650mila insegnanti vanno aggiunti poi anche i quasi 100mila docenti di sostegno che «fanno un numero che non ha paragoni in Europa», spiega ancora Oliva. La conclusione è fin troppo chiara e sta in dieci «questioni aperte» che la ricerca rimanda alle forze politiche. Si parla di carriera degli insegnanti e retribuzioni differenziate, di valutazione dei prof e di necessità di investimenti maggiori nell’università e nel terziario e molto altro. Con la consapevolezza come ha sottolineato Gianfelice Rocca, presidente di Techint, che il sistema scolastico non è scollegato da quello da quello economico. Tant’è vero che la ricerca parte dalla prima elementare e arriva a fornire il dato degli studenti che fanno apprendistato nelle aziende. In Italia 570mila contro il milione mezzo della Germania, tanto per aggiungere un po’ di carne al fuoco. Il confronto con la Germania non è casuale. Tutta la ricerca mette sulla bilancia soprattutto la scuola tedesca che riesce a facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Lo «spread» tra i due Paesi insomma non si misura solo sui mercati finanziari ma anche nell’educazione. Specie in quella che viaggia parallela all’università, quella «professionalizzate» dove al 14 per cento della Germania l’Italia si presenta con un inesistente 5 per cento. Percorsi troppo accademici, troppo lunghi e senza esperienza di lavoro, conclude la ricerca non porta i ragazzi ad avvicinarsi alle imprese.

Serena Coppetti – Sab, 22/09/2012 – 08:49

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