#scuola Addio Cultura Umanistica: Articolo interessante ma non condivisibile

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«Addio cultura umanistica, per i ragazzi non ha senso»,

di Marco Lodoli  “la Repubblica” del 31.10.2012
Noi insegnanti parliamo di autori e temi che ai giovani sembrano polverosi e malinconici. È come se l’oceano di passato che ha tenuto insieme generazioni non riuscisse ad arrivare al presente. Non è detto però che il disinteresse per la tradizione sia una pura sciagura.

“IO NON ESISTO più, sono diventata invisibile”, mi dice una professoressa con la voce spezzata e gli occhi umidi. “Entro in classe, comincio a spiegare e subito mi accorgo che nessuno mi ascolta. Nessuno, capisci? E così per giorni, mesi, forse per tutto l’anno. La mia voce non gli arriva, parlo e vedo le parole che si dissolvono nel-l’aria, e dopo un poco mi sembra che anch’io mi dissolvo, resta solo un senso di impotenza, di fallimento”. Quante volte negli ultimi anni ho raccolto dai miei colleghi sfoghi di questo genere: professori di lettere, storia, filosofia, arte che si sono ben preparati per la loro lezione e che finiscono a parlare nel vuoto, come radioline lasciate accese in un angolo, e a poco a poco si scaricano, si spengono malinconicamente. Perché accade questo, perché sembrano saltati i ponti e le rive si allontanano sempre di più? A riguardo mi sono fatto un’idea. Ben preparati per la lezione? Che qualcuno sia disinteressato è inevitabile anche con i migliori docenti. Se tutti sono “assenti” vuol dire che l’insegnante non riesce a stabilire il contatto con la materia. Detesto la moda attuale di voler a tutti i costi banalizzare gli argomenti, ridurli in pillole, inseguire il falso mito di “imparare divertendosi”. Ma è possibile dare rilevanza agli studi umanistici contestualizzandoli, mostrando come tutto quello che ci circonda ha le sue radici nel passato.Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo, ai ragazzi non arriva più niente di tutto quel mondo che ha ospitato e educato generazioni e generazioni, che ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato alla mente dell’uomo, alle sue domande, ai suoi timori. Finito, possiamo mettere una pietra sopra alla filosofia greca, alla potenza e all’atto, alla maieutica e all’iperuranio, alla letteratura latina, alla poesia italiana da Petrarca a Luzi, al pensiero cristiano e a quello rinascimentale, con le loro differenze e le loro vicinanze, ai poemi cavallereschi e agli angeli barocchi, all’idealismo tedesco e al simbolismo francese, a Chaplin e Bergman, Visconti e Fellini: è tutto precipitato giù per le scale buie della cantina, tutto scaraventato alla rinfusa nel deposito degli oggetti perduti. È chiaro che da qualche parte, in un eccellente liceo classico, esiste e resiste un ragazzo che legge Platone, scrive sonetti, suona il violino e studia la pittura di Raffaello, la vita per fortuna si diversifica per avanzare. Ma per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi tutto il patrimonio culturale del nostro paese non significa più niente. È un universo in bianco e nero, malinconico, pensante e dunque pesante, polveroso come una parrucca. E non serve che gli adulti lo lucidino per farlo apparire più vivo: se brilla lo fa come una bara.
La colpa è di chi non è capace di mostrare quanti e quanto affascinanti siano i  paralleli fra passato e presente, quanto del presente sia per certi versi “uguale” al passato non appena si “gratti” minimamente sotto la superficie. Le “invasioni barbariche” al crepuscolo dell’Impero Romano mostrano tutta la gamma di problematiche e posizioni attuali in tema di immigrazione e integrazione. 

Il linguaggio della poesia, toccando corde “eterne”, mostra inaspettate similitudini: Fuck it del cantante Eamon ha passaggi uguali alla lettera a Catullo perchè uguale era il disperato rancore nei confronti dell’amata che li aveva traditi.

È così, c’è poco da fare, l’oceano del passato non arriva più a lambire la spiaggia del presente. Anche Huckleberry Finn rifiuta la storia di Mosè e della manna nel deserto quando scopre che Mosè è morto da secoli, della gente morta un ragazzo non sa che farsene, dice Huck e forse ha ragione. Ma per la mia generazione, e quella di mio padre, e quella di mio nonno – e più indietro non vado – il passato non era un tempo che svaniva insieme ai foglietti del calendario. Certi morti non erano mai morti. Fossero gli eroi greci o quelli del Risorgimento o Che Guevara, fosse Mozart o John Coltrane o Luigi Tenco, i grandi continuavano a vivere nell’immaginazione e nella riconoscenza dei ragazzi. Una catena d’acciaio o una ghirlanda di fiori univa il meglio al meglio, la bellezza alla speranza, la forza alla fiducia. Leggevo Dostoevskij e Tolstoj come se fossero dei fratelli maggiori, non li collocavo nel regno cupo dei morti, le loro parole erano vive, non sussurrate da un tempo lontanissimo fino a perdersi nell’incomprensibilità. E i quadri di Bellini e quelli di Morandi entravano a far parte dello stesso museo interiore, ogni giorno una nuova opera si sistemava su una parete vuota: e le pareti erano infinite, come le meraviglie del passato.

Se non è così è, come dicevo, colpa “nostra” che non abbiamo saputo (collettivamente) comunicare l’attualità e l’importanza dei classici. Detto questo, non credo sia così e stupisce che chi guarda con nostalgico languore ai bei tempi andati non si renda conto (non ha studiato i classici?) che quello che lui critica nei giovani d’oggi è stato, con parole molto simili, criticato dai tempi di Cicerone

Oggi i ragazzi non si voltano più indietro, gli prende subito la tristezza perché alle spalle avvertono solo un cimitero degli elefanti. La vita è adesso, qui e ora, e poi di nuovo qui e ora, e quello che è stato è stato, e tutte le chiacchiere dei vecchi sono fumo nel vento. Il presente si nutre di se stesso, digerisce se stesso e va avanti. L’arte, il pensiero, la letteratura dei secoli andati è lenta, è puro impedimento vitale, ruminamento in epoca di fast food. Naturalmente anche la politica esce con le ossa rotte dalla fabbrica delle nuove produzioni mentali e sentimentali: anche la politica è fumo nel vento. Questa è la stagione del desiderio, dell’onnipotenza tecnologica, dei corpi che vanno più veloci del pensiero, è la stagione del disprezzo verso ogni forma di misura, di armonia, di compostezza classica, di ragionamento lento e articolato. Sillogismi, rime, consonanze, prospettive, equilibri, riflessioni sulla miseria e la grandezza dell’uomo: via, giù tra le macchine da cucire e il cinema muto, tra i libri dei poeti e i fiori secchi. La cesura è netta, un taglio secco, del passato non si recupera quasi nulla, la cultura umanista finirà tutta quanta in una bella mostra a Roma o a Firenze, e ci sarà la fila per ammirare il cadavere mummificato: ma i ragazzi stanno tutti altrove, davanti a qualche schermo acceso, su qualche aereo che vola sul mondo, in un futuro che allegramente, superbamente, se ne frega di ciò che è stato e che non sarà mai più.

Non è detto che questo dichiarato disinteresse per la tradizione sia una pura sciagura. Il mondo cambia di continuo, a volte lentamente, per passaggi quasi impercettibili, a volte in modo brusco, in una sola stagione, in un minuto. I nostri ragazzi leggono altri libri, ascoltano altra musica, amano e odiano in un altro modo, ragionano seguendo strade invisibili, e noi adulti non dobbiamo solo rimproverarli perché non conoscono Cechov o Debussy, Pasolini o Bob Dylan. Dobbiamo invece assolutamente capire dove stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l’urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.

Giusto che ciascuno faccia le proprie esperienze. Giusto che guardino avanti, ma voltarsi indietro è condizione indispensabile per orientarsi. E questo vale per le piccole cose di tutti i giorni (ma un amore non corrisposto è una piccola cosa?) fino ai grandi fenomeni sociali.

 

5 commenti

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5 risposte a “#scuola Addio Cultura Umanistica: Articolo interessante ma non condivisibile

  1. maresa berliri

    Concordo con le osservazioni di Andrea. E’ vero che generalmente parlando i ragazzi sono meno interessati alla cultura umanistica e anche vero, allargando il discorso, che generalmente i ragazzi sono poco interessati a quello che si impara a scuola. Le ragioni di questa affezione sono varie. Sicuramente, come dice Andrea, non si è riusciti a far stabilire nella testa dei nostri figli un collegamento vitale tra le cose da studiare e la loro vita. Il passato non viene collegato al presente e al futuro. Il modo con cui i classici della letteratura, dell’arte, della filosofia hanno risolto problemi decisivi non arriva ai nostri ragazzi. E’, come dice Andrea e come viene riportato in diverse riflessioni sul tema, un problema di contestualizzazione del passato nella nostra cultura di oggi. E’ anche un problema di come le cose vengono spiegate. La lezione frontale monodirezionale, senza uno scambio e un confronto è più difficile che lasci una traccia. Mi vengono in mente alcune serie televisive ambientate nel mondo della scuola, dove invece sono proprio i classici a fornire ai ragazzi degli strumenti in più per capire la loro situazione (penso a Provaci ancora prof, con la Pivetti o a quella ambientata a Torino con Luciana Litizzetto). In conclusione, penso che i docenti anziché piangersi addosso, dovrebbero – e molti già lo fanno -interrogarsi su come modificare il proprio stile di insegnamento per entrare maggiormente in sintonia con le teste dei loro alunni.

  2. Donatella Purger

    Ho trattato l’argomento in un articolo su Firstonline.info di cuiallego il link. Mi sembra comunue che il dissenso sull’intervento di Lodoli si piuttosto diffuso
    Donatella Purger
    http://www.firstonline.info/a/2012/11/04/scuola-tra-umanesimo-e-nuove-tecnologie-tramonto-d/a36cff9b-6aae-4372-85da-2fc4bf3d887c

    • Grazie del commento. Sono sostanzialmente d’accordo con quanto dice nel suo articolo, con la sola eccezione del richiamo agli sforzi del ministero verso la didattica multimediale. Per lavoro opero nei “nuovi media” (digitali, interattivi etc.), ma credo che il tema centrale qui non siano gli strumenti che si usano ma quello che si dice. Una lezione “sons e lumieres” che non abbia i giusti riferimenti, agganci con il presente, rimandi multidisciplinari o, semplicemente, fatta da insegnanti che non hanno e tanto meno riescono a trasmettere la passione diventa rapidamente noiosa come il peggior sermone. Ho assistito a “lezioni frontali” (un esempio su tutti Luca Scarlini) che affascinavano e tenevano ancorati alla sedia per quello che veniva detto e non per gli “effetti speciali”

  3. luca

    Articolo molto interessante di sicuro non sempre i soliti consigli triti e ritriti grazie per lo spunto.

  4. Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gi salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

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