#LIM un fallimento annunciato? #edchat

aula

Il documento del Governo su “La Buona Scuola” (disponibile qui), sembra invertire la rotta rispetto all’approccio verso l’informatizzazione del nostro sistema scolastico, con una esplicita ricusazione delle “L.I.M” (Lavagne Interattive Multimediali).

“Il processo di digitalizzazione della scuola è stato troppo lento, non solo per mancanza di risorse pubbliche. Abbiamo anche investito in tecnologie troppo “pesanti”, come le Lavagne Interattive Multimediali (le famose LIM), che hanno da una parte ipotecato l’uso delle nostre risorse per innovare la didattica, dall’altra parzialmente “ingombrato” le nostre classi, spaventando alcuni docenti.”

Non è forse la “rottamazione” annunciata da “La Stampa” (Qui l’articolo) ma sicuramente un radicale cambio di approccio evidenziato dal richiamo ai “device” personali:

“Non saremo soddisfatti fino a quando l’ultima scuola dell’ultimo comune d’Italia non avrà banda larga veloce, wifi programmabile per classe (con possibilità di disattivazione quando necessario) e un numero sufficiente di dispositivi mobili per la didattica, anche secondo la modalità sempre più adottata del BYOD (Bring Your Own Device, “porta il tuo dispositivo”, per cui la didattica viene fatta su dispositivi di proprietà degli studenti, e le istituzioni intervengono solo per fornirle a chi non se le può permettere).”

L’adozione delle L.I.M. ha sofferto di una patologia tipica di molte implementazioni “informatiche”, non solo nel pubblico ma anche nel privato: si pensa alle “macchine” e si trascurano gli aspetti più importanti (software, formazione, revisione dei “processi” etc.).

La critica principale alle L.I.M. deriva dal loro costo. In scuole in cui “manca tutto” il costo elevato di questi strumenti è sembrato uno schiaffo. A maggior ragione perchè tale investimento manteneva di fatto le modalità di insegnamento tradizioneli, frontali, e perchè, come dimostrato da “molti” casi eccellenti, lo stesso risultato si poteva ottenere con soluzioni “fai da te” ad una frazione di tali valori (es. PC+proiettore) . Ai costi di acquisto si aggiungono i costi (tempo e denaro) per la formazione delle risorse (insegnanti, personale ATA)

Incarnano inoltre una visione dell’informatica centralizzata, “gerarchica”  mentre le più forti tendenze pedagogiche raccomandano un approccio “distribuito”, aperto, di rete.

Si è ritenuto di poter “comprare” il cambiamento, ma non basta acquisire costosi gadget per cambiare le modalità di insegnamento (e di apprendimento). Senza un contestuale (anzi “preventivo”) cambio di filosofia le L.I.M. hanno finito per essere usate come costosi “proiettori”, senza il minimo impatto “profondo” sulla didattica.

Detto questo, l’approccio “diffuso”, certamente il più “popolare” fra gli esperti presenta a sua volta non pochi problemi di implementazione. 

1) La tecnologia è in continua evoluzione e, con i tempi richiesti dai processi di decisione e approvvigionamento dalla Pubblica Amministrazione il rischio è che arrivino fra le mani degli studenti tecnologie già obsolete o comunque superate

2) Come decidere chi può comprarsi il device e chi necessita di supporto dello stato? Come gestire la “oggettiva” discriminazione fra “ricchi” e “poveri” (con relative ripercussioni nelle interazioni fra studenti e genitori)? 

3) Per l’uso “diffuso” dei device si presuppone l’accesso alla rete, non solo in classe ma a casa. Lo stato finanzierebbe anche i costi di connessione?

Queste sono solo alcune delle domande che vengono in mente nel leggere il documento del Governo. Non rimpiangeremo le L.I.M.Speriamo tuttavia che il nuovo approccio non venga implementato con la stessa approssimazione e faciloneria.

 

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