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5 Things Our Parents Did That Would Get Them Arrested Today – ABC News

5 Things Our Parents Did That Would Get Them Arrested Today – ABC News.

Interessante vedere come cose normalissime della nostra infanzia sono oggi considerate pericolose e spesso, in paesi come gli USA, possono perfino condurre a problemi legali per i genitori:

1) Fare foto dei bambini, specialmente se nudi/in costume

2) Lasciare soli in casa o far circorare da soli nel quartiere bambini sotto i 14 anni

3) Non usare le cinture di sicurezza in auto

4) Sovra-alimentare: l’obesità come causa di revoca della patria potestà

5) Fumare in auto (oggi in effetti considerato comportameno barbaro)

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From Toy to Tool: How to Develop Smart Tablet Habits in Class | MindShift

From Toy to Tool: How to Develop Smart Tablet Habits in Class | MindShift.

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Scuola, Merito e Pace nel Mondo

Premessa: da giovane, a scuola ed all’università, ero un grande “evangelista” del “merito”, ed ero per questo svillaneggiato da tutti coloro che combattevano, da sinistra, la “selezione”. Gli stessi che oggi, preferendo sempre navigare di lasco e non di bolina, sono tutti ardenti ed intransigenti apostoli del merito, del privato etc. 

A parte una mia naturale tendenza (snobistica, lo ammetto) a trovarmi a disagio insieme alla “maggioranza”, non ho cambiato idea, nella sostanza, ma in questi anni mi sono reso conto di come certi concetti

– Abbiano portato a conseguenze negative, ove sono stati applicati in modo estremo ed acritico

– Siano applicati, da noi, male con colpa e spesso dolo) 

Infine, forse per l’incombente “vecchiaia”, di cui vado fiero, diffido sempre più dalle soluzioni semplici, dalle parole d’ordine.

Il merito…dire che “il merito” dovrebbe essere il criterio principale nella selezione, avanzamento, remunerazione delle risorse  è affermazione talmente ovvia da risultare banale. Per dimostrarlo basta provare ad affermare il contrario. Dire che devono essere premiati i “non meritevoli” è talmente stupido da dimostrare la banalità della prima affermazione. 

Il tema è: COME?

Siamo tutti “per la pace nel mondo”, ma ci si trova poi in situazioni dove l’affermazione generale si scontra con problemi di applicazione nella realtà non banali (che facciamo di fronte ad un genocidio?).

Quindi, benissimo, basiamoci sul merito, ma come? Chi è “meritevole”? Chi lo decide?

Parliamo del problema del “merito” nella scuola, visto che è qui che ultimamente il termine è stato speso con più “generosità”.

“Occorrono test obiettivi e uguali per tutti”, dicono alcuni.  Per decenni, mentre gli altri paesi adottavano gli “standard test” da noi non avevamo uno straccio di sistema di valutazione. Non appena, in quei paesi che per primi e con maggior pervasività li hanno adottati, sono cresciute le critiche e le evidenze degli impatti negativi di tali sistemi (se tutto dipende dal test, mi concentro su quello, non insegno altro) qui da noi siamo stati colti da una vera “febbre” da test (INVALSI). Ma, insieme alle mezze stagioni, sono scomparse anche le mezze misure?

“lo decide il dirigente, che deve essere in grado di gestire in autonomia la sua scuola”. Bene in teoria, se il “dirigente” è bravo. Il “meritevole” sarà probabilmente non quello “bravo”, ma quello che “non rompe i coglioni”, che si allinea, copre. Questo avviene sempre più anche nel privato, è regola nel pubblico. Occorre essere “entusiasti esecutori” e ogni deviazione non è consentita. Anche una giusta perplessità espressa, una cautela o verifica richiesta viene presa come una forma di insubordinazione o, se va bene, di scarso entusiasmo (i gufi) e motivazione.  Non mi sembra una grande idea quindi dare ai dirigenti pubblici un tale potere, specie in realtà sparse sul territorio dove si creerebbero dei veri feudi (lavori qui se fai quello che dico io…in molti sensi).

“Lo decidono i genitori e gli studenti” Il che è come dire, lo decide il “mercato”. Anche qui, la teoria è opinabile ma si può anche essere d’accordo. Peccato che questo approccio abbia portato al disastro del sistema americano (si citano sempre Harvard e le altre eccellenze, ma nel complesso il sistema è fallimentare). Si divaricano i rendimenti fra scuole di zone ricche da quelle in zone disagiate, si creano scuole “su misura” dove gli alunni (ed i genitori) non imparano il confronto e la convivenza con il “diverso” ma hanno il “prodotto” su misura. I “radical chic” la scuola per loro, i cattolici praticanti la loro (e allora perchè non anche gli islamici) etc.

Quindi, mi si dirà: e allora? Qual’è l’alternativa? Eh? Occorre pur fare qualcosa! Premesso che fare una cazzata (di cui si conoscono già le conseguenze) non è una soluzione, credo che la soluzione non sia semplice e non sia univoca.

Usciamo dai comizi o, come direbbe uno che conosco, dai “talk show” e evitiamo di pensare che tutto possa essere semplificato e risolto con un guizzo geniale. Occorre sudare sette camice, distinguere caso per caso e, soprattutto, creare un sistema equilibrato di “pesi e contrappesi”, di controlli incrociati che consentano di fare un passo avanti verso il riconoscimento del merito ed evitino, almeno in parte, il realizzarsi dei problemi visti altrove.

meritocraziaScuola

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Being arrested for giving freedom and building confidence in your child?

In South Carolina a mother was arrested for letting her 9 yrs old child play alone in the park in front of her work place (a McDonald’s). She also lost custody of the child who is currently in the hands of the Department of Social Services.

The girl had a cell phone to keep in contact, but after three days someone called the police.

I see two issues here:

1) The mother is african american. She (correctly in my opinion) thought  that it was better for her daughter to play in the park instead of sitting all day at the Macdonald’s

Would have the outcome been the same if we were dealing with a white professional letting her daughter play alone in the park while she played tennis?

2) This is part of the tendency towards over protection of kids, shifting later and later in life the assumption of some basic responsibilities (and the development of related skills).

Until the end of the XXth century, in cities and in towns alike, kids could go around the neighborhood alone, explore, play. They were sent to run small errands and survived crossing streets, even taking buses! Now all of this is seen as pathological.

I would consider it not only normal, but advisable!

Here the link to the Slate article

Parents Are Now Getting Arrested for Letting Their Kids Go to the Park Alone

park
A working mother chose to let her child go to the park rather than sit in McDonald’s all day.

Photo by 1000 Words/Shutterstock

Debra Harrell, 46, let her 9-year-old daughter play outside alone at the park. The South Carolina child had a cellphone she could use to call her mother in case of emergency. On the girl’s third day alone at the park, someone asked her where her mother was. The girl said her mom was at work. (Harrell works at McDonald’s and didn’t want her daughter to have to sit inside the restaurant for hours on a beautiful summer day.) The result? Harrell was arrested for “unlawful conduct towards a child” and put in jail; her daughter is now in the custody of the department of social services.

Most commentators—save for a few busybodies interviewed by the local news who nattered on about the possibility of the child being abducted by a strange man, something that’s extremely rarethink that authorities went way too farin arresting Harrell. It angers me, as a citizen, to see the police overreach this way. How is it benefiting this child to be put in the custody of social services? And since I’m a parent, Harrell’s arrest scares me: How can I appropriately parent my child when doing something that seems relatively safe, if out of fashion, can get you arrested?

I asked Dorothy Roberts, a professor of law, sociology, and civil rights at the University of Pennsylvania and the author of Shattered Bonds: The Color of Child Welfare, if state laws give any specifics about how parents should behave. As in, if you leave a child of X years alone for Y amount of time, it’s a crime. Roberts responded via email:

The short answer is that every state has its own child maltreatment laws and definitions of neglect—and they are all very vague with no specifics. Most include within neglect failure to provide adequate supervision. South Carolina’s child welfare law is actually more specific than most, but still doesn’t specify the age—”supervision appropriate to the child’s age and development.” But how does the judge/jury determine what’s appropriate? I don’t know of any law that specifies the age or the precise nature of failure to supervise.

Roberts further explained that states determine whether to treat neglect as a crime or as a child welfare matter. She says it is “recent and rare” for the parent to be charged with a crime and adds that the vagueness of the statutes leave “a lot of room for discretion by social workers, police, judges, and prosecutors, to determine which/whose failures to supervise to pursue. This allows race, class, and gender biases to influence decisions in both the child welfare and criminal justice systems.”

Certainly those biases could be at play here: Harrell is black, and class is definitely behind how her situation came to be in the first place. As Jonathan Chait points out in New York magazine, when welfare reform was passed in the ’90s, single mothers were pushed into low-paying, full-time work that did not provide enough income to afford child care.

It’s clear that Harrell was put in a difficult situation and made what she thought was the best choice for her child. But a lot of the posts defending Harrell imply that if she weren’t working, letting a 9-year-old go to a park by herself would have been a questionable call. I’m with Lenore Skenazy, founder of the “free-range kids” movement, who believes modern helicopter parenting has gone too far. She writes, “It may feel like kids are in constant danger, but they are as safe (if not safer) than we were when our parents let us enjoy the summer outside, on our own, without fear of being arrested.” It should be normalized for children who are nearing the end of elementary school to begin doing some things on their own. If every parent who let their fourth-graders go to the park unsupervised were arrested, all the moms from 1972 would have been behind bars.

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Regole per difendersi dagli sconosciuti ma, ancora di più, da tutti gli altri

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Questo articolo riporta una “checklist” di suggerimenti per i bambini (specie i più piccoli) che, specie in estate, passano più tempo lontani dai genitori. E’ utile spiegare esplicitamente e preparare i bambini, nei limiti del possibile, a gestire “emergenze”. Non mi piace i titolo dell’articolo, che rinforza la falsa equazione sconosciuto = pericolo, smentito nello stesso articolo che porta evidenza, arcinota, per cui salvo eccezioni tutti i “pericoli” vengono da persone nella cerchia familiare o, comunque, delle persone che hanno rapporti continuativi con il bambino e, quindi, non sono percepiti come “sconosciuti”.
Bene mettere in guardia, ma non bisogna a mio avviso nemmeno instillare un timore irrazionale verso il prossimo. Bene dare regole per sapere a chi, con maggior fiducia, rivolgersi in caso di bisogno e quali segnali di allarme cogliere nei comportamenti.

Stranger = danger. 10 regole da insegnare ai figli

Con l’arrivo delle vacanze i nostri figli passano più tempo all’aperto o lontani dai genitori, esplorano e si godono la loro libertà facendo nuove esperienze di crescita. Qualche consiglio per insegnare loro a “ripensare” il rapporto con gli estranei, anche a costo di risultare meno educati del solito, e mettersi in guardia da eventuali pericoli

DI STEFANIA MEDETTI per D.repubblica.it

Il fatto che il proprio figlio possa essere portato via da uno sconosciuto è un’ipotesi che terrorizza ogni genitore. Eppure, dicono le statistiche, meno del 2% delle scomparse di bambini è inquadrabile nell’immagine stereotipata di uno sconosciuto malintenzionato. La maggior parte, invece, è frutto di allontamenti volontari, sottrazioni da parte di membri della famiglia o comunque di persone conosciute. Inoltre, dal 1990 al 2011, fa sapere il National Center for Missing & Exploited Children americano, la capacità di rintracciare un bambino di cui si sono perse le tracce è passata dal 62% al 97% dei casi. Dunque? «Dunque, la paura rimane. Anche perché i media finiscono per passare sotto una lente di ingrandimento fatti di cronaca che toccano l’emotività delle persone, in primis di mamme e papà», commenta Simona Lauri, psicologa clinica strategica e mental trainer (www.milano-psicologa.it). Dalle colonne del Washington Post, David Finkelhor, uno dei massimi esperti sull’argomento e direttore del centro di ricerca Crimes Against Children dell’Università del New Hampshire, conferma: «I casi di bambini scomparsi che arrivano sui giornali tendono a distorcere la percezione di quanto spesso e per quali ragioni i bambini scompaiono».

In Europa, scompaiono ogni anno 250 mila bambini, secondo le ultime statistiche rese note in questi giorni da Missing Children Europe (missingchildreneurope.eu), la federazione che ha attivato la hotline 116000 (116-000.it) e che rappresenta trenta organizzazioni non governative a tutela dei bambini in venticinque Paesi. Il 50% dei casi gestiti nel 2013 sono costituiti da allontanamenti volontari, di cui solo il 7% ha per protagonisti bambini di età inferiore ai 12 anni e il 55% sono casi recidivi. Il 36% delle scomparse riguarda bambini sottratti dai genitori: ogni anno, in Europa si conta un milione di divorzi e non va dimenticato che le coppie formate da genitori di nazionalità diversa sono il 13% del totale. I bambini che scompaiono senza una ragione apparente, come quelli che si smarriscono, che si feriscono o di cui non si conoscono le ragioni dell’allontanamento sono il 10%. Infine, i minori migranti non accompagnati di cui si perdono le tracce sono il 2% totale dei bambini scomparsi. La metà di questi ultimi, tendenzialmente, sparisce entro 48 ore dall’arrivo in un Paese europeo per finire, molto spesso e putroppo, nelle mani di sfruttatori.
Per Finkelhor, dunque, esistono alcuni miti da sfatare. Per esempio, non è vero che il numero di bambini scomparsi tenda a crescere. Secondo i dati dell’Fbi, dal 1997 al 2011, le denunce di scomparsa (di persone di ogni età) sono calate del 31%. In questo, i cellulari hanno giocato un ruolo importante, ma contano anche una legislazione più aggressiva nei confronti di crimini che hanno per vittime i bambini e un sistema di ricerca, come Amber Alert (www.amberalert.gov/), che rende immediatamente e capillarmente nota la scomparsa di un minore attraverso mezzi di comunicazione e segnaletica stradale. Alla data di fine maggio, questo sistema ha permesso di riportare a casa 692 bambini negli Stati Uniti. Il tempo, dicono gli esperti, è una variabile chiave nei casi di rapimento da parte di uno sconosciuto, perché la tempestività dell’azione impatta positivamente sulla possibilità di rintracciare un bambino sano e salvo.

Fare i conti con l’indipendenza
Resta il fatto che la libertà di movimento dei bambini e dei ragazzi di oggi è decisamente più limitata rispetto a quella di cui hanno goduto le generazioni precedenti. Se nel 1926 un bambino di otto anni – secondo un esperimento condotto nel Regno Unito – poteva muoversi liberamente in un raggio di dieci chilometri, a un suo pronipote nel 2007 era permesso di allontanarsi a non più di trecento metri da casa. L’importante, a questo proposito, è individuare il confine fra sana ed eccessiva preoccupazione: «Quando le paure di un genitore finiscono per prendere il sopravvento e iniziano ad intaccare lo svolgimento della vita dell’intero sistema familiare, deve suonare un campanello d’allarme», avverte Lauri. Un discorso a parte vale per i figli adolescenti che potrebbero reagire alle manifestazioni ansiose dei genitori con un senso di ribellione e un desiderio di trasgressione, tipici della fase adolescenziale, ancora più accentuati. «Nel mio caso – racconta Susanna L. 54 anni, casalinga e mamma di due ragazzi di 17 e 23 anni -, ho cercato di creare un senso di fiducia con loro fin da piccoli, controllando, ma con discrezione e chiedendo sempre la verità. Le mie regole sono state chiare fin dall’inizio: il rispetto degli orari, la condivisione dei posti frequentati, una telefonata per annunciare un ritardo».

Dieci idee per insegnare a proteggersi contro lo “stranger – danger”
Per quanto nessuno vorrebbe mai trovarsi nella condizione di dover fare fronte all’emergenza di una scomparsa, il modo migliore per proteggere i proprio figli, spiegano gli esperti, è insegnargli a proteggersi. Da qualche tempo a questa parte, gli Stati Uniti hanno invertito la rotta sul cosiddetto “stranger – danger”, il pericolo dello sconosciuto e hanno iniziato a istruire i bambini sull’importanza di proteggersi dalle richieste dei grandi. Il decalogo di buone pratiche comprende:
1) Evitare il termine “sconosciuto”, perché rischia di confondere i bambini che hanno più di un’occasione per vedere i propri genitori scambiare qualche parola con una persona che non conoscono. Aiutateli piuttosto a fare attenzione ai comportamenti delle persone che si incontrano. Per esempio, ricordategli che gli adulti non chiedono mai aiuto ai bambini e a questo bisogna sempre prestare attenzione. Una fra le scuse più comuni utilizzate per approcciare un bambino, infatti, è chiedere aiuto nel ritrovare un cucciolo smarrito
2) Se sono grandi abbastanza per muoversi senza di voi, invitate i vostri figli a non rimanere da soli, ma a spostarsi sempre in compagnia di un amico. Soprattutto, ricordate loro che è importante fare in modo che le loro strade non si dividano, mentre sono fuori dal vostro controllo
3) Spiegate ai bambini che quando si sentono in pericolo, le regole cambiano. Se un adulto li prende per mano per portarli via, ogni mezzo è buono per attirare l’attenzione, come urlare o far cadere oggetti se ci si trova in un negozio. Non dimenticate di dirgli che non saranno puniti se il loro dovesse rivelarsi un falso allarme
4) Insegnate ai vostri figli che devono sempre chiedere alla mamma e al papà se possono andare da qualche parte con un’altra persona, anche se è un parente
5) Istruiteli su modi non prevedibili di aggirare un potenziale problema: se un adulto in auto accosta mentre si cammina per strada e cerca di attaccare bottone, bisogna camminare in direzione opposta a quella in cui viaggia l’auto, perché a questo modo sarà meno facile essere seguiti. In ogni caso, per nessuna ragione, accettare di salire in macchina con una persona, anche se la scusa con cui si presenta è plausibile. Classico esempio: la mamma è in ospedale
6) Non date nulla per scontato. Dire a un bambino di andare alla cassa del supermercato nel caso in cui vi perdesse di vista non serve. Insegnategli a navigare la propria strada fra le corsie per arrivare da solo alle casse
7) Analogamente, esercitatevi a individuare insieme persone a cui chiedere aiuto nel caso in cui presentasse un’emergenza. Per esempio, una mamma con bambini o una persona con una divisa
8) A partire dai cinque anni, assicuratevi che i vostri figli conoscano il proprio cognome e imparino a memoria il vostro numero di telefono
9) Spiegate ai vostri figli che alcune parti del corpo (per semplicità, basta dire quelle coperte dal costume da bagno)sono private e che nessuno – un insegnante, un adulto, un parente – è autorizzato a toccarle. In ogni caso, è importante che vi facciano sapere se qualche comportamento li ha fatti sentire a disagio
10) Insegnate loro di riferirvi sempre se un adulto gli chiede di tenere un segreto, perché i bambini – ancora una volta – non sono i confidenti degli adulti.

La guida da scaricare
Una pubblicazione realizzata dal servizio 116.000 di Telefono Azzurro per insegnare ai genitori come spiegare ai bambini le regole di sicurezza, la gestione di uno smarrimento e la tutela rispetto ad adulti con cattive intenzioni, divisa per fasce d’età (5/8 anni, 9/12 e 13/17). Si scarica gratuitamente dal sito: qui

Gratuita anche l’App: qui

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Ossessione per #controllo e #sicurezza soffocano la #crescita dei bambini

Una nuova voce contro la bolla di (iper) protezione con cui, in generale, circondiamo sempre più i nostri figli.

Questo non solo non permette loro di sviluppare le capacità minime di valutazione e difesa per quando, inesorabilmente, si troveranno privati di tale rete di protezione, ma finisce per castrare il naturale e positivo senso di avventura, di sperimentazione.

Occorre iniziare gradualmente, da molto piccoli, a lasciare loro spazi e margini di “rischio” controllato. Solo così, rischiando qualche graffio, una piccola scottatura, un momento di paura, potremo metterli in grado di affrontare la vita da persone mature.

Boy on Ladder

Non abbiamo il coraggio di crescere bambini autonomi

di  per Corriere della Sera, pubblicato 7 Luglio

«Il rischio, qualsiasi sia la forma in cui lo si pensa o si presenta, appartiene alla vita. Azzerarlo non si può. Si può volerlo fare a tutti i costi, ma si chiama controllo, ossessione, possesso, malattia».

Queste le parole scritte in un articolo pubblicato su Repubblica domenica 14 aprile 2014 di Maria Pia Veladiano a commento dell’avventura del bambino che si è perso nel bosco bellunese. La vita appunto è vita perché ha un inizio e una fine, perché è preziosa e, come ogni cosa preziosa, fragile e vulnerabile. Così mi è apparso chiaro, questa nostra società disprezza il valore profondo della vita. L’ossessione del controllo e della sicurezza ha invaso ogni settore, le nostre città, la politica, il lavoro, la scuola, le leggi, i parchi giochi, gli asili, le relazioni, in poche parole la vita.

Da anni mi batto in difesa dell’autonomia dei bambini. Sono madre di 4 figli, lavoro a tempo pieno da circa 20 anni (il mio primo ha 19 anni, la mia piccola 2 e mezzo) e in questi anni ho visto ridursi lentamente ma inesorabilmente gli spazi che nelle nostre città sono riservati al libero movimento dei nostri figli. Lentamente sono state tolte le libertà e autonomie ai bambini, e di fatto si sta spegnendo nei nostri figli quel desiderio autentico della scoperta, dell’esperienza non sotto lo stretto controllo degli adulti. Tre anni fa mi sono unita al gruppo di donne illuminate che ha lanciato l’appello di Se non ora quando. Da allora lavoro volontariamente con le donne e pochi uomini del comitato genovese per una società che rispetti le donne, ne valorizzi lo sguardo differente, ne riconosca la parità senza rinunciare alla loro differenza. Tutte battaglie politiche che oggi grazie alla lettura di questo articolo mi sono parse legate da un filo sottile, quasi invisibile ma indistruttibile “controllo ossessione possesso malattia”. La nostra società e noi che ne facciamo parte siamo tutti affetti da questa malattia.

Uomini che vogliono controllare lo spazio che abitano le donne, donne che vogliono controllare lo spazio che abitano i figli, politici, scuola, istituzioni, che dietro la parola sicurezza costruiscono recinti nei quali di fatto le responsabilità sono scaricabili a catena. Controllo, parola che etimologicamente è legata alla parola contratto, dunque le nostre relazioni ridotte a dei contratti. Siamo dei codardi, non abbiamo fatto la fame, non abbiamo fatto la guerra, non abbiamo sofferto il freddo ma viviamo come se fossimo in condizioni estreme tutti i giorni. Ci stiamo perdendo i nostri figli ai quali neghiamo la conoscenza attraverso l’esperienza e quel credito di fiducia che ci ha permesso di diventare adulti. Abbiamo così paura dei rischi che siamo disposti a farli vivere in recinti pur di non farglieli correre, dimenticando che quei rischi sono stati il sale della nostra vita di giovani e la spinta a diventare adulti responsabili.

Articolo disponibile qui

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Ancora per “Liberare” i nostri bambini dalla opprimente “cappa di sicurezza”

In linea con analoghi interventi precedenti, continuano le voci contro gli eccessi della “cultura della sicurezza” per i bambini, a favore della libertà di sperimentare, osare, sbagliare, rischiare…

In questo caso il focus è sul rapporto con la natura, e la critica è anche a certi eccessi protezionistici (forse più presenti negli USA che da noi, per la verità) per cui viene di fatto impedito anche un vero contatto e rapporto con la natura.

Let Kids Run Wild in the Woods

 Imagination Grove (a nature play area) at Sugar Grove Nature Center, McLean, IL, June 2011.
Imagination Grove in McLean, Illinois, a nature play area where kids can play with less supervision and fewer rules.

Photos courtesy Matthew Browning

It was the kid with the rocks that finally did it for Matthew Browning.

Browning was a ranger at Mount Mitchell State Park in North Carolina, and along with the other rangers he had been trained to give a little speech to children caught picking flowers, pocketing shells, or trying to make off with rocks. He explains it like this: “You are supposed to calmly kneel down and say, ‘I saw you picking the flower. That is so pretty! Now think about what would happen if every child picked a flower.’ And then they are supposed to have this moment of guilt.”

Browning had given this little talk many times. But on this day, in August 2009, he saw another ranger deliver it to a boy at the park restaurant, about age 8, with a fist full of rocks—rocks, Browning noticed, from the gravel road. “It was gravel we bought at the local store,” Browning says. “It made me sick. The boy was crestfallen. He was so excited about coming to the park that he wanted to take a little memento back with him. More than feeling empowered or excited to protect the natural world, now he is going to associate going to state parks with getting into trouble.”

The encounter got Browning thinking. What if every kid picked a rock or a flower? Would the park really turn into a desolate wasteland? Well, he figured, it depends on the rock, on the flower. “What kids were taking was gravel and weedy yarrow. They were not rare, delicate pink lady slippers.”

Taking home small souvenirs of the woods is just the beginning of things kids can’t do in nature. In many parks and other public lands, kids are told by rangers, parents, or teachers not to leave the trail, not to climb rocks or trees, not to whack trees with sticks, not to build forts or lean-tos, not to dig holes, not to move rocks from one place to another within the park, not to yell or even talk too loudly. Are we having fun yet?

Of course, not every kid or parent knows which flowers are widespread weeds and which are endangered. There are some heavily trafficked parks where “rogue trails” are a real problem. And yes, there are some very sensitive areas where flower picking and even removal of rocks would destroy the unique beauty and diversity for which they were protected in the first place. But there are 640 million acres of public land in the United States. Surely there’s room somewhere for a few lousy forts.

There are exceptions to the “hands off” rules: Hunting, fishing, mushrooming, collecting firewood, and other activities on public lands are regulated but allowed. But not all families hunt or fish, and certainly for smaller children, these activities are unlikely to be undertaken alone. The special category of experience that Browning worries is endangered in the United States is the simple, unsupervised messing about in the woods that so many older adults remember fondly.

When Browning left Mount Mitchell, disgruntled, he began thinking of how to bring this experience back. He went to graduate school to study recreational use of natural areas. Then he heard about “nature play areas” in Europe: set-aside areas where kids could go off trail, climb trees, collect specimens, and generally leave as much trace as they wanted with minimal adult supervision. There are many informal areas as well, where local people accept kids running wild in the woods.

Here was a way to test the assertion that letting kids play how they wanted would irreparably ruin the ecosystem.

So he spent a summer in Scandinavia. “I started off emailing people all across Sweden. Have they seen signs of children playing in the woods? Forts?” When he got wind of a natural play area, he hopped a train to the site with a GPS and a standardized form, collecting data on the damage wrought by unsupervised children. He was based in Uppsala, and by the end of the summer he just ended up walking to local elementary schools because “they all had plenty of forest and plenty of kids playing in the woods.”

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Swedish children playing in a forest as part of a school curriculum that involves being primarily outside year-round.

Photos courtesy Matthew Browning

His data, crunched and statistically analyzed, show that yes, kids beat up the woods. They break tree limbs, they make lots of trails, they compact the soil into hardpan where nothing can grow. But after millions of kid-hours of use by children gleefully doing their worst, these play zones remain functioning natural areas. The damage wrought by kids was comparable to that from hiking or camping. “It is not like the trees had no limbs left,” he says. “It is not like there was no vegetation.”

And to Browning, now a graduate student at Virginia Tech, the effects of play are a small price to pay to let kids really enjoy themselves, to have that irreplaceable pleasure and to create memories that will come back to them as they consider whether to vote for a conservation measure. (Never mind the more general benefits of playing in a space that isn’t boringly sanitized.)

“Every park needs to have one of these areas,” he says.

Browning imagines this shift as even more than the creation of roped-off venues for independent childhood experience with nature. He imagines rangers trusting visitors with a message a bit more complex than a blanket “Don’t touch!” Imagine a prominent sign or a notice on park maps that would give kids and parents a little context, he says: “Here are some really common flowers that we don’t want in our park. Your kids can pick bouquets of these. Here are some pine cones that you can collect in the park.”

Richard Louv, author of Last Child in the Woods, agrees that parks should make room for kids to play. “If kids don’t have some kind of connection to nature that is hands-on and independent, then they are probably not going to develop the love of nature and vote for parks and the preservation of endangered species,” he says. “Unless you know something you are unlikely to love it.”

There’s some research to back up this intuition. One 2010 study in the journalChildren, Youth and Environments found that among people who ended up dedicated to nature and conservation, most had a childhood filled with unstructured play in nature, some of which “was not environmentally sensitive by adult standards; rather, it included manipulation of the environment through war games, fort building, role playing of stories in popular children’s adventure books and movies, and the like.”

Browning didn’t talk to the kids in the play areas he studied very much, but at one school he had an interaction with a boy of about 12 that stuck with him. “He was talking about how he would break branches and build forts and throw rocks. He had a knife with him. He said ‘I carve sticks into spears and stuff like that.’ ”

But when asked if he would ever stick his knife into a living tree, the boy looked horrified, “No!” he said. “It would hurt the tree; it would hurt the tree just like it would hurt me.”

“This is the ethic we are trying to teach!” cries Browning. No glum fealty to prohibitions here, no self-abnegation codified as “leave no trace”—but an active relationship with nature and clear empathy with other living things.

Imagination Grove (a nature play area) at Sugar Grove Nature Center, McLean, IL, June 2011.
Imagination Grove in McLean, Illinois.

Photos courtesy Matthew Browning

Browning says he knows this is a better ethic, a better way to build adults who care about nature, because he was that kid with the knife. Born in 1983, he had the kind of childhood that few people his age had, on 20 acres of woodland in southeast Iowa. “I would go out and be back by bedtime. I didn’t realize whose land I was on. I would go miles when I was 10, just hopping over cow fences.” And he left plenty of trace: “I remember running along deer trails and pretending I was a deer. I ran around with elderberry shrubs and beat on things, slid down banks, putting sediment into the river.” Yet, there were things you did not do. You did not nail into big old trees. You took care of it so you could keep having fun in it, because it was a friend.

Charlie Peek, spokesperson for the North Carolina Division of Parks and Recreation, says that Mount Mitchell and other state parks try to strike a balance between safety, protection of the park, and letting people explore and engage. But children aren’t really the problem, he says. “We have more of a problem of habitat destruction and bushwacking with adults. The kids are a little bit more timid.”

Of all the many flavors of public lands, the National Parks Service has the most hands-off rules and culture. And for good reason: They enclose some of our most fragile and beloved places. They also have the most visitors: more than 273 million a year on their 80 million acres, compared to some 160 million visitors to National Forest or 58,000 to Bureau of Land Management land. For many families, the annual vacation to a national park is the primary contact they have with nature. Even if national parks are far more crowded than other natural areas, 80 million acres is still 80 million acres. I’m not suggesting we let kids skateboard on the arches at Arches. But creating an appropriately sized and sited play area, far away from the most sublime views or historical spots, would be as cheap as a few signs and the odd marker delineating the boundaries. And for that tiny cost, a difference could be made in millions of children’s lives.

Kathy Kupper, spokeswoman for the National Park Service, says that as of now, there are no “off trail” play areas. “It is when people go off trail that people end up getting lost, or in trouble, or hurting nature,” she says. “We advocate getting kids out to parks and exploring but definitely advocate leave no trace and leaving it untouched for others.”

But when pressed about her own childhood, the experiences that presumably led to her 20-year career as a ranger and subsequent gig as press officer for the National Park Service, she remembered lots of adventures off trail. “We had forts—both boys and girls’ forts and tree swings across the creek.” Try to put a creek swing anywhere in a National park, and, Kupper says, and it will be taken down. “For safety plus for helping the tree.”

Who, though, will help the tree when all the kids who built forts in the woods are dead and the people who vote spent their little time outdoors only on the trail, hands jammed in pockets, leaving the woods untouched and unloved?

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