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Articoli su tematiche generali relative alla pedagogia e alla crescita

Regole per difendersi dagli sconosciuti ma, ancora di più, da tutti gli altri

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Questo articolo riporta una “checklist” di suggerimenti per i bambini (specie i più piccoli) che, specie in estate, passano più tempo lontani dai genitori. E’ utile spiegare esplicitamente e preparare i bambini, nei limiti del possibile, a gestire “emergenze”. Non mi piace i titolo dell’articolo, che rinforza la falsa equazione sconosciuto = pericolo, smentito nello stesso articolo che porta evidenza, arcinota, per cui salvo eccezioni tutti i “pericoli” vengono da persone nella cerchia familiare o, comunque, delle persone che hanno rapporti continuativi con il bambino e, quindi, non sono percepiti come “sconosciuti”.
Bene mettere in guardia, ma non bisogna a mio avviso nemmeno instillare un timore irrazionale verso il prossimo. Bene dare regole per sapere a chi, con maggior fiducia, rivolgersi in caso di bisogno e quali segnali di allarme cogliere nei comportamenti.

Stranger = danger. 10 regole da insegnare ai figli

Con l’arrivo delle vacanze i nostri figli passano più tempo all’aperto o lontani dai genitori, esplorano e si godono la loro libertà facendo nuove esperienze di crescita. Qualche consiglio per insegnare loro a “ripensare” il rapporto con gli estranei, anche a costo di risultare meno educati del solito, e mettersi in guardia da eventuali pericoli

DI STEFANIA MEDETTI per D.repubblica.it

Il fatto che il proprio figlio possa essere portato via da uno sconosciuto è un’ipotesi che terrorizza ogni genitore. Eppure, dicono le statistiche, meno del 2% delle scomparse di bambini è inquadrabile nell’immagine stereotipata di uno sconosciuto malintenzionato. La maggior parte, invece, è frutto di allontamenti volontari, sottrazioni da parte di membri della famiglia o comunque di persone conosciute. Inoltre, dal 1990 al 2011, fa sapere il National Center for Missing & Exploited Children americano, la capacità di rintracciare un bambino di cui si sono perse le tracce è passata dal 62% al 97% dei casi. Dunque? «Dunque, la paura rimane. Anche perché i media finiscono per passare sotto una lente di ingrandimento fatti di cronaca che toccano l’emotività delle persone, in primis di mamme e papà», commenta Simona Lauri, psicologa clinica strategica e mental trainer (www.milano-psicologa.it). Dalle colonne del Washington Post, David Finkelhor, uno dei massimi esperti sull’argomento e direttore del centro di ricerca Crimes Against Children dell’Università del New Hampshire, conferma: «I casi di bambini scomparsi che arrivano sui giornali tendono a distorcere la percezione di quanto spesso e per quali ragioni i bambini scompaiono».

In Europa, scompaiono ogni anno 250 mila bambini, secondo le ultime statistiche rese note in questi giorni da Missing Children Europe (missingchildreneurope.eu), la federazione che ha attivato la hotline 116000 (116-000.it) e che rappresenta trenta organizzazioni non governative a tutela dei bambini in venticinque Paesi. Il 50% dei casi gestiti nel 2013 sono costituiti da allontanamenti volontari, di cui solo il 7% ha per protagonisti bambini di età inferiore ai 12 anni e il 55% sono casi recidivi. Il 36% delle scomparse riguarda bambini sottratti dai genitori: ogni anno, in Europa si conta un milione di divorzi e non va dimenticato che le coppie formate da genitori di nazionalità diversa sono il 13% del totale. I bambini che scompaiono senza una ragione apparente, come quelli che si smarriscono, che si feriscono o di cui non si conoscono le ragioni dell’allontanamento sono il 10%. Infine, i minori migranti non accompagnati di cui si perdono le tracce sono il 2% totale dei bambini scomparsi. La metà di questi ultimi, tendenzialmente, sparisce entro 48 ore dall’arrivo in un Paese europeo per finire, molto spesso e putroppo, nelle mani di sfruttatori.
Per Finkelhor, dunque, esistono alcuni miti da sfatare. Per esempio, non è vero che il numero di bambini scomparsi tenda a crescere. Secondo i dati dell’Fbi, dal 1997 al 2011, le denunce di scomparsa (di persone di ogni età) sono calate del 31%. In questo, i cellulari hanno giocato un ruolo importante, ma contano anche una legislazione più aggressiva nei confronti di crimini che hanno per vittime i bambini e un sistema di ricerca, come Amber Alert (www.amberalert.gov/), che rende immediatamente e capillarmente nota la scomparsa di un minore attraverso mezzi di comunicazione e segnaletica stradale. Alla data di fine maggio, questo sistema ha permesso di riportare a casa 692 bambini negli Stati Uniti. Il tempo, dicono gli esperti, è una variabile chiave nei casi di rapimento da parte di uno sconosciuto, perché la tempestività dell’azione impatta positivamente sulla possibilità di rintracciare un bambino sano e salvo.

Fare i conti con l’indipendenza
Resta il fatto che la libertà di movimento dei bambini e dei ragazzi di oggi è decisamente più limitata rispetto a quella di cui hanno goduto le generazioni precedenti. Se nel 1926 un bambino di otto anni – secondo un esperimento condotto nel Regno Unito – poteva muoversi liberamente in un raggio di dieci chilometri, a un suo pronipote nel 2007 era permesso di allontanarsi a non più di trecento metri da casa. L’importante, a questo proposito, è individuare il confine fra sana ed eccessiva preoccupazione: «Quando le paure di un genitore finiscono per prendere il sopravvento e iniziano ad intaccare lo svolgimento della vita dell’intero sistema familiare, deve suonare un campanello d’allarme», avverte Lauri. Un discorso a parte vale per i figli adolescenti che potrebbero reagire alle manifestazioni ansiose dei genitori con un senso di ribellione e un desiderio di trasgressione, tipici della fase adolescenziale, ancora più accentuati. «Nel mio caso – racconta Susanna L. 54 anni, casalinga e mamma di due ragazzi di 17 e 23 anni -, ho cercato di creare un senso di fiducia con loro fin da piccoli, controllando, ma con discrezione e chiedendo sempre la verità. Le mie regole sono state chiare fin dall’inizio: il rispetto degli orari, la condivisione dei posti frequentati, una telefonata per annunciare un ritardo».

Dieci idee per insegnare a proteggersi contro lo “stranger – danger”
Per quanto nessuno vorrebbe mai trovarsi nella condizione di dover fare fronte all’emergenza di una scomparsa, il modo migliore per proteggere i proprio figli, spiegano gli esperti, è insegnargli a proteggersi. Da qualche tempo a questa parte, gli Stati Uniti hanno invertito la rotta sul cosiddetto “stranger – danger”, il pericolo dello sconosciuto e hanno iniziato a istruire i bambini sull’importanza di proteggersi dalle richieste dei grandi. Il decalogo di buone pratiche comprende:
1) Evitare il termine “sconosciuto”, perché rischia di confondere i bambini che hanno più di un’occasione per vedere i propri genitori scambiare qualche parola con una persona che non conoscono. Aiutateli piuttosto a fare attenzione ai comportamenti delle persone che si incontrano. Per esempio, ricordategli che gli adulti non chiedono mai aiuto ai bambini e a questo bisogna sempre prestare attenzione. Una fra le scuse più comuni utilizzate per approcciare un bambino, infatti, è chiedere aiuto nel ritrovare un cucciolo smarrito
2) Se sono grandi abbastanza per muoversi senza di voi, invitate i vostri figli a non rimanere da soli, ma a spostarsi sempre in compagnia di un amico. Soprattutto, ricordate loro che è importante fare in modo che le loro strade non si dividano, mentre sono fuori dal vostro controllo
3) Spiegate ai bambini che quando si sentono in pericolo, le regole cambiano. Se un adulto li prende per mano per portarli via, ogni mezzo è buono per attirare l’attenzione, come urlare o far cadere oggetti se ci si trova in un negozio. Non dimenticate di dirgli che non saranno puniti se il loro dovesse rivelarsi un falso allarme
4) Insegnate ai vostri figli che devono sempre chiedere alla mamma e al papà se possono andare da qualche parte con un’altra persona, anche se è un parente
5) Istruiteli su modi non prevedibili di aggirare un potenziale problema: se un adulto in auto accosta mentre si cammina per strada e cerca di attaccare bottone, bisogna camminare in direzione opposta a quella in cui viaggia l’auto, perché a questo modo sarà meno facile essere seguiti. In ogni caso, per nessuna ragione, accettare di salire in macchina con una persona, anche se la scusa con cui si presenta è plausibile. Classico esempio: la mamma è in ospedale
6) Non date nulla per scontato. Dire a un bambino di andare alla cassa del supermercato nel caso in cui vi perdesse di vista non serve. Insegnategli a navigare la propria strada fra le corsie per arrivare da solo alle casse
7) Analogamente, esercitatevi a individuare insieme persone a cui chiedere aiuto nel caso in cui presentasse un’emergenza. Per esempio, una mamma con bambini o una persona con una divisa
8) A partire dai cinque anni, assicuratevi che i vostri figli conoscano il proprio cognome e imparino a memoria il vostro numero di telefono
9) Spiegate ai vostri figli che alcune parti del corpo (per semplicità, basta dire quelle coperte dal costume da bagno)sono private e che nessuno – un insegnante, un adulto, un parente – è autorizzato a toccarle. In ogni caso, è importante che vi facciano sapere se qualche comportamento li ha fatti sentire a disagio
10) Insegnate loro di riferirvi sempre se un adulto gli chiede di tenere un segreto, perché i bambini – ancora una volta – non sono i confidenti degli adulti.

La guida da scaricare
Una pubblicazione realizzata dal servizio 116.000 di Telefono Azzurro per insegnare ai genitori come spiegare ai bambini le regole di sicurezza, la gestione di uno smarrimento e la tutela rispetto ad adulti con cattive intenzioni, divisa per fasce d’età (5/8 anni, 9/12 e 13/17). Si scarica gratuitamente dal sito: qui

Gratuita anche l’App: qui

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Il valore della #indipendenza: Lasciate che i vostri figli si separino da voi

Per una serie di motivi (maggiori libertà in casa, maggiori difficoltà all’esterno, etc.)  i ragazzi di oggi hanno molta meno voglia di staccarsi dal nucleo familiare e andare a vivere da soli. Spesso, tuttavia, anche quelli che lo vorrebbero, vengono scoraggiati e “convinti” a restare da genitori che, pur citando convenienza economica (così metti via i soldi per …), sicurezza e comodità varie in realtà non accettano volentieri il distacco.

Al contrario, seppur oggi per un giovane è difficile mantenersi da solo, dovremmo come genitori cercare di spingere in questo senso, anche con esperienze “temporanee”.

Uno stage all’estero, vivendo con altri ragazzi, può fare miracoli, per lo meno nel far poi apprezzare cose date per scontate (quelle descritte nell’articolo qui sotto).

Per incentivare il passo definitivo, ragionando da “economisti” occorre agire sul “sistema di incentivi”.

Per chi rimane, giusto far “pagare” un contributo alle spese di casa (riducendo la differenza rispetto ad avere casa propria). Al contrario, si può definire un “contributo” (anche come “prestito d’onore”) per integrare nel pagamento delle spese “fuori dal nido”.

Ma oltre agli aspetti strettamente economici, occorre rendere l’uscita attraente dal punto di vista lifestyle. La vita in casa dei genitori ha numerosi benefit. Cerchiamo di mantenerne alcuni come “esclusivi” del vivere da soli. Ad esempio: orari di rientro, a prescindere dall’età, dormire fuori, “visiting rights” per partner etc.

PS mia figlia a 16 anni andrà a vivere per 3 settimane in appartamento a Londra…vi saprò dire

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L’estate dell’indipendenza

Lorenzo Gasparrini per GenitoriCrescono, blog di Fattoremamma Network

Era l’estate del ’99, l’estate della mia casa da solo, della mia prima casa.

In famiglia la presero malissimo, quella decisione: ci sentivano una condanna verso il loro ambiente, la loro casa, la loro storia. In parte lo era anche, ma era più il mio desiderio di fare le cose da solo. Non perché c’entri qualcosa la solitudine, quella c’era già, quanto l’indipendenza, che allora mi pareva un valore da conquistare.

Nel vivere da soli s’imparano una serie di cose che ritengo indispensabili per poi vivere civilmente insieme ad altri – non c’è altro modo, temo. Il valore della pulizia non puoi capirlo finché non pulisci tu, caro amico che ti disinteressi di centrare il water col tuo idrante. Il valore di saper cucinare non lo puoi capire finché non finisci all’ospedale dove dei gentili medici ti spiegano che una dieta di soli conservati freddi (alcolici inclusi) è tanto rapida da preparare quanto poco salutare. Il valore del mettere le cose al loro posto lo impari solo quando cammini sbadatamente su qualche tuo bene prezioso, distruggendolo.

E impari il valore dei rapporti umani, che diventano subito – “davvero vivi da solo?” – quantitativamente moltissimi mentre la loro qualità media si abbassa sensibilmente; finché non ti ritrovi, a volte, casa invasa da persone con le quali scopri di non avere nulla a che spartire. Mentre poi a pulire sei sempre tu, ovviamente. Una gran bella palestra pure per i sentimenti, non c’è che dire.

Allo stesso modo la tua casa sistema gli affetti come la casa con i tuoi genitori dentro non potrà mai fare. La fine di mille legami e di tante piccole abitudini costringono a ripensare la reale importanza di una presenza, o anche solo di una telefonata. Può sembrare crudele imparare dall’assenza ma, fatti alla mano, ci sono poche altre esperienze più formative. Ahinoi.

Ah, dimenticavo: scoprii anche l’esperienza di “tornare a casa” – dato che era la mia casa. Ha un altro sapore, rispetto a quando non è la tua.

In questi giorni in cui la mancanza di un impegno quotidiano fa scontrare i miei figli con la loro volontà di fare mille cose diverse e l’impossibilità logistica di accontentarli, vedo e sento dei segni d’insofferenza che sono – lo so, come non potrebbero esserlo? – l’inizio di un percorso di indipendenza, d’altronde naturalmente già cominciato da un pezzo. Lo sento da tante parole, da qualche sbuffo, da una tensione generale molto salita: sarà la noia? Sarà la fine di una routine? E’ linizio di qualcosa che li porterà, un giorno, in una casa loro, in una vita “loro”, un cammino fatto di tante tante piccole indipendenze quotidiane.

E’ l’inizio di un altro compito molto complicato per un padre: maneggiare l’indipendenza dei figli. Un compito molto estivo: fa caldo, c’è il sole, c’è voglia di uscire, andarsene fuori e non stare a sentire nessuno. Ce l’hanno anche a tre anni, ho notato.

Articolo originale disponibile qui

 

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Ossessione per #controllo e #sicurezza soffocano la #crescita dei bambini

Una nuova voce contro la bolla di (iper) protezione con cui, in generale, circondiamo sempre più i nostri figli.

Questo non solo non permette loro di sviluppare le capacità minime di valutazione e difesa per quando, inesorabilmente, si troveranno privati di tale rete di protezione, ma finisce per castrare il naturale e positivo senso di avventura, di sperimentazione.

Occorre iniziare gradualmente, da molto piccoli, a lasciare loro spazi e margini di “rischio” controllato. Solo così, rischiando qualche graffio, una piccola scottatura, un momento di paura, potremo metterli in grado di affrontare la vita da persone mature.

Boy on Ladder

Non abbiamo il coraggio di crescere bambini autonomi

di  per Corriere della Sera, pubblicato 7 Luglio

«Il rischio, qualsiasi sia la forma in cui lo si pensa o si presenta, appartiene alla vita. Azzerarlo non si può. Si può volerlo fare a tutti i costi, ma si chiama controllo, ossessione, possesso, malattia».

Queste le parole scritte in un articolo pubblicato su Repubblica domenica 14 aprile 2014 di Maria Pia Veladiano a commento dell’avventura del bambino che si è perso nel bosco bellunese. La vita appunto è vita perché ha un inizio e una fine, perché è preziosa e, come ogni cosa preziosa, fragile e vulnerabile. Così mi è apparso chiaro, questa nostra società disprezza il valore profondo della vita. L’ossessione del controllo e della sicurezza ha invaso ogni settore, le nostre città, la politica, il lavoro, la scuola, le leggi, i parchi giochi, gli asili, le relazioni, in poche parole la vita.

Da anni mi batto in difesa dell’autonomia dei bambini. Sono madre di 4 figli, lavoro a tempo pieno da circa 20 anni (il mio primo ha 19 anni, la mia piccola 2 e mezzo) e in questi anni ho visto ridursi lentamente ma inesorabilmente gli spazi che nelle nostre città sono riservati al libero movimento dei nostri figli. Lentamente sono state tolte le libertà e autonomie ai bambini, e di fatto si sta spegnendo nei nostri figli quel desiderio autentico della scoperta, dell’esperienza non sotto lo stretto controllo degli adulti. Tre anni fa mi sono unita al gruppo di donne illuminate che ha lanciato l’appello di Se non ora quando. Da allora lavoro volontariamente con le donne e pochi uomini del comitato genovese per una società che rispetti le donne, ne valorizzi lo sguardo differente, ne riconosca la parità senza rinunciare alla loro differenza. Tutte battaglie politiche che oggi grazie alla lettura di questo articolo mi sono parse legate da un filo sottile, quasi invisibile ma indistruttibile “controllo ossessione possesso malattia”. La nostra società e noi che ne facciamo parte siamo tutti affetti da questa malattia.

Uomini che vogliono controllare lo spazio che abitano le donne, donne che vogliono controllare lo spazio che abitano i figli, politici, scuola, istituzioni, che dietro la parola sicurezza costruiscono recinti nei quali di fatto le responsabilità sono scaricabili a catena. Controllo, parola che etimologicamente è legata alla parola contratto, dunque le nostre relazioni ridotte a dei contratti. Siamo dei codardi, non abbiamo fatto la fame, non abbiamo fatto la guerra, non abbiamo sofferto il freddo ma viviamo come se fossimo in condizioni estreme tutti i giorni. Ci stiamo perdendo i nostri figli ai quali neghiamo la conoscenza attraverso l’esperienza e quel credito di fiducia che ci ha permesso di diventare adulti. Abbiamo così paura dei rischi che siamo disposti a farli vivere in recinti pur di non farglieli correre, dimenticando che quei rischi sono stati il sale della nostra vita di giovani e la spinta a diventare adulti responsabili.

Articolo disponibile qui

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Ancora per “Liberare” i nostri bambini dalla opprimente “cappa di sicurezza”

In linea con analoghi interventi precedenti, continuano le voci contro gli eccessi della “cultura della sicurezza” per i bambini, a favore della libertà di sperimentare, osare, sbagliare, rischiare…

In questo caso il focus è sul rapporto con la natura, e la critica è anche a certi eccessi protezionistici (forse più presenti negli USA che da noi, per la verità) per cui viene di fatto impedito anche un vero contatto e rapporto con la natura.

Let Kids Run Wild in the Woods

 Imagination Grove (a nature play area) at Sugar Grove Nature Center, McLean, IL, June 2011.
Imagination Grove in McLean, Illinois, a nature play area where kids can play with less supervision and fewer rules.

Photos courtesy Matthew Browning

It was the kid with the rocks that finally did it for Matthew Browning.

Browning was a ranger at Mount Mitchell State Park in North Carolina, and along with the other rangers he had been trained to give a little speech to children caught picking flowers, pocketing shells, or trying to make off with rocks. He explains it like this: “You are supposed to calmly kneel down and say, ‘I saw you picking the flower. That is so pretty! Now think about what would happen if every child picked a flower.’ And then they are supposed to have this moment of guilt.”

Browning had given this little talk many times. But on this day, in August 2009, he saw another ranger deliver it to a boy at the park restaurant, about age 8, with a fist full of rocks—rocks, Browning noticed, from the gravel road. “It was gravel we bought at the local store,” Browning says. “It made me sick. The boy was crestfallen. He was so excited about coming to the park that he wanted to take a little memento back with him. More than feeling empowered or excited to protect the natural world, now he is going to associate going to state parks with getting into trouble.”

The encounter got Browning thinking. What if every kid picked a rock or a flower? Would the park really turn into a desolate wasteland? Well, he figured, it depends on the rock, on the flower. “What kids were taking was gravel and weedy yarrow. They were not rare, delicate pink lady slippers.”

Taking home small souvenirs of the woods is just the beginning of things kids can’t do in nature. In many parks and other public lands, kids are told by rangers, parents, or teachers not to leave the trail, not to climb rocks or trees, not to whack trees with sticks, not to build forts or lean-tos, not to dig holes, not to move rocks from one place to another within the park, not to yell or even talk too loudly. Are we having fun yet?

Of course, not every kid or parent knows which flowers are widespread weeds and which are endangered. There are some heavily trafficked parks where “rogue trails” are a real problem. And yes, there are some very sensitive areas where flower picking and even removal of rocks would destroy the unique beauty and diversity for which they were protected in the first place. But there are 640 million acres of public land in the United States. Surely there’s room somewhere for a few lousy forts.

There are exceptions to the “hands off” rules: Hunting, fishing, mushrooming, collecting firewood, and other activities on public lands are regulated but allowed. But not all families hunt or fish, and certainly for smaller children, these activities are unlikely to be undertaken alone. The special category of experience that Browning worries is endangered in the United States is the simple, unsupervised messing about in the woods that so many older adults remember fondly.

When Browning left Mount Mitchell, disgruntled, he began thinking of how to bring this experience back. He went to graduate school to study recreational use of natural areas. Then he heard about “nature play areas” in Europe: set-aside areas where kids could go off trail, climb trees, collect specimens, and generally leave as much trace as they wanted with minimal adult supervision. There are many informal areas as well, where local people accept kids running wild in the woods.

Here was a way to test the assertion that letting kids play how they wanted would irreparably ruin the ecosystem.

So he spent a summer in Scandinavia. “I started off emailing people all across Sweden. Have they seen signs of children playing in the woods? Forts?” When he got wind of a natural play area, he hopped a train to the site with a GPS and a standardized form, collecting data on the damage wrought by unsupervised children. He was based in Uppsala, and by the end of the summer he just ended up walking to local elementary schools because “they all had plenty of forest and plenty of kids playing in the woods.”

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Swedish children playing in a forest as part of a school curriculum that involves being primarily outside year-round.

Photos courtesy Matthew Browning

His data, crunched and statistically analyzed, show that yes, kids beat up the woods. They break tree limbs, they make lots of trails, they compact the soil into hardpan where nothing can grow. But after millions of kid-hours of use by children gleefully doing their worst, these play zones remain functioning natural areas. The damage wrought by kids was comparable to that from hiking or camping. “It is not like the trees had no limbs left,” he says. “It is not like there was no vegetation.”

And to Browning, now a graduate student at Virginia Tech, the effects of play are a small price to pay to let kids really enjoy themselves, to have that irreplaceable pleasure and to create memories that will come back to them as they consider whether to vote for a conservation measure. (Never mind the more general benefits of playing in a space that isn’t boringly sanitized.)

“Every park needs to have one of these areas,” he says.

Browning imagines this shift as even more than the creation of roped-off venues for independent childhood experience with nature. He imagines rangers trusting visitors with a message a bit more complex than a blanket “Don’t touch!” Imagine a prominent sign or a notice on park maps that would give kids and parents a little context, he says: “Here are some really common flowers that we don’t want in our park. Your kids can pick bouquets of these. Here are some pine cones that you can collect in the park.”

Richard Louv, author of Last Child in the Woods, agrees that parks should make room for kids to play. “If kids don’t have some kind of connection to nature that is hands-on and independent, then they are probably not going to develop the love of nature and vote for parks and the preservation of endangered species,” he says. “Unless you know something you are unlikely to love it.”

There’s some research to back up this intuition. One 2010 study in the journalChildren, Youth and Environments found that among people who ended up dedicated to nature and conservation, most had a childhood filled with unstructured play in nature, some of which “was not environmentally sensitive by adult standards; rather, it included manipulation of the environment through war games, fort building, role playing of stories in popular children’s adventure books and movies, and the like.”

Browning didn’t talk to the kids in the play areas he studied very much, but at one school he had an interaction with a boy of about 12 that stuck with him. “He was talking about how he would break branches and build forts and throw rocks. He had a knife with him. He said ‘I carve sticks into spears and stuff like that.’ ”

But when asked if he would ever stick his knife into a living tree, the boy looked horrified, “No!” he said. “It would hurt the tree; it would hurt the tree just like it would hurt me.”

“This is the ethic we are trying to teach!” cries Browning. No glum fealty to prohibitions here, no self-abnegation codified as “leave no trace”—but an active relationship with nature and clear empathy with other living things.

Imagination Grove (a nature play area) at Sugar Grove Nature Center, McLean, IL, June 2011.
Imagination Grove in McLean, Illinois.

Photos courtesy Matthew Browning

Browning says he knows this is a better ethic, a better way to build adults who care about nature, because he was that kid with the knife. Born in 1983, he had the kind of childhood that few people his age had, on 20 acres of woodland in southeast Iowa. “I would go out and be back by bedtime. I didn’t realize whose land I was on. I would go miles when I was 10, just hopping over cow fences.” And he left plenty of trace: “I remember running along deer trails and pretending I was a deer. I ran around with elderberry shrubs and beat on things, slid down banks, putting sediment into the river.” Yet, there were things you did not do. You did not nail into big old trees. You took care of it so you could keep having fun in it, because it was a friend.

Charlie Peek, spokesperson for the North Carolina Division of Parks and Recreation, says that Mount Mitchell and other state parks try to strike a balance between safety, protection of the park, and letting people explore and engage. But children aren’t really the problem, he says. “We have more of a problem of habitat destruction and bushwacking with adults. The kids are a little bit more timid.”

Of all the many flavors of public lands, the National Parks Service has the most hands-off rules and culture. And for good reason: They enclose some of our most fragile and beloved places. They also have the most visitors: more than 273 million a year on their 80 million acres, compared to some 160 million visitors to National Forest or 58,000 to Bureau of Land Management land. For many families, the annual vacation to a national park is the primary contact they have with nature. Even if national parks are far more crowded than other natural areas, 80 million acres is still 80 million acres. I’m not suggesting we let kids skateboard on the arches at Arches. But creating an appropriately sized and sited play area, far away from the most sublime views or historical spots, would be as cheap as a few signs and the odd marker delineating the boundaries. And for that tiny cost, a difference could be made in millions of children’s lives.

Kathy Kupper, spokeswoman for the National Park Service, says that as of now, there are no “off trail” play areas. “It is when people go off trail that people end up getting lost, or in trouble, or hurting nature,” she says. “We advocate getting kids out to parks and exploring but definitely advocate leave no trace and leaving it untouched for others.”

But when pressed about her own childhood, the experiences that presumably led to her 20-year career as a ranger and subsequent gig as press officer for the National Park Service, she remembered lots of adventures off trail. “We had forts—both boys and girls’ forts and tree swings across the creek.” Try to put a creek swing anywhere in a National park, and, Kupper says, and it will be taken down. “For safety plus for helping the tree.”

Who, though, will help the tree when all the kids who built forts in the woods are dead and the people who vote spent their little time outdoors only on the trail, hands jammed in pockets, leaving the woods untouched and unloved?

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Nuovo Articolo contro l’ossessione della sicurezza…un osso rotto non è la fine del mondo

A breve distanza dal precedente una nuova voce, questa volta dal giornale inglese The Independent, si leva contro la bozza che viene oggi costruita attorno ai nostri bambini, eliminando ogni rischio, ma privandoli al tempo stesso di stimoli e esperienze essenziali proprio per dotarsi degli strumenti necessari a gestire i rischi quando, prima o poi, si troveranno fuori dalla bolla protettiva.

Sta a noi genitori cominciare a ridurre ed eliminare le protezioni eccessive e ridare ai bambini l’autonomia necessaria. Certo oggi le città sono oggettivamente più pericolose, ma spesso è la nostra percezione che è cambiata. Possiamo, ad esempio, mandarli a comprare qualcosa nel negozio dietro l’angolo, poi al supermercato un po’ più lontano.

Spero che questo fiorire di prese di posizione porti ad un effettivo cambio di atteggiamento.

 

When we stop children taking risks, do we stunt their emotional growth?

Playgrounds are closing down. Parents rarely let their kids out of sight. Society is hamstrung by ‘health and safety’, says Susie Mesure

 for The Independent, Sunday 25 May 2014

A small face looms out of the gloom, bringing his red scooter to a halt just before the road. The boy, five, is on his own. Seconds later, he’s off again, calling over his shoulder, ‘I’ll meet you after the bike tunnel.’ I find him, breathing heavily, by the school gate, beaming with pride not at beating me but making the journey (more or less) alone. But his bubble is soon pricked: his face crumples after a classmate calls his exploits ‘naughty’. And heaven knows what his grandma would say!

For parents, this is the dilemma of everyday life in the urban jungle: do we keep our children on a metaphorical umbilical cord or cut them free? It’s little wonder that kids are growing up afraid to take risks when we’re so scared of letting them live for themselves. And admit it, if you’re a parent, you are scared, your heart beating a little faster at every headline of woe or tree they climb. Even, or perhaps especially, when we’re paying someone else to look after them. Thus a working mum grabbing lunch in a café calls to check up on her child. First eavesdropped question, “Is the playground nice?” Then, “Is it soft underneath?”

We like our playgrounds cushioned and our children accounted for: they’re signed up to music lessons, drama classes and organised sports as soon as they can walk and talk – the latest being mini rugby clubs for tots as young as two. “The dominant parental norm is that being a good parent is being a controlling parent,” says Tim Gill, author of No Fear, which critiques our risk-averse society. But at what cost? And what’s the alternative? And most importantly, when are we letting them play?

A Danish conference hall gently buzzes with grown men and women trying to replicate the exact pattern of six coloured plastic bricks being held up on stage. About 150 people have gathered in Billund, Lego’s HQ, at the invitation of the brickmaker’s philanthropic arm, the Lego Foundation, because they are worried that children are being short-changed when it comes to that “p” word, the right to which is enshrined in a UN declaration no less. They range from Harvard professors to ambitious entrepreneurs; all are united in their concern that children are paying the price for our parental panicking. In other words, playtime is over.

The upshot, warns Peter Gray, a psychologist at Boston College and author of Free to Learn, is anxiety and depression; even suicide is increasing. And it’s all because children feel “their sense of control over their lives has decreased”. He should know: now 70, he recalls growing up in the US in the 1950s. “By the time I was five, I could go anywhere in town on my bike. I could go out of town as long as I was with my six-year-old friend.” His research links the rise of emotional and social disorders with the decline of play: “If we deprive children of play they can’t learn how to negotiate, control their own lives, see things from others’ points of view, and compromise. Play is the place where children learn they are not the centre of the universe.” And in case you’re not sure: “When there’s an adult there directing things, that is not play.”

Louis is joined at the Tumbling Bay play area by his friend MayLouis is joined at the Tumbling Bay play area by his friend May (Kitty Gale)

David Whitebread, a psychologist at the University of Cambridge, tells one session how kids deprived of playtime can’t learn how to “self-regulate”, a fancy term for being able to control their own emotions and behaviour. This, he says, is so important for children’s development that the Government’s obsession with getting them to read and write ever younger is a “complete waste of taxpayers’ money”. His message is simple: “The big job is to teach parents that they must spend time doing things playfully with their children if they want them to do well. Self-regulation is a better predictor for how well children do later in life than reading and writing.”

Back home, it’s the Easter holidays and I need to put what I’ve heard into practice. But we live in busy south-east London, two-way traffic tears down our terraced street. I can’t just tip my sons, aged five and two, outside. For starters, I’d probably be reported to Social Services: one recent Saturday, the postman came running up to our door because he’d seen both children set off down the street by themselves. For the record, they were walking approximately 100 metres round the corner to their friends’ house. Our back garden is small, we lack nearby woods, and even the local park is a write-off: one tiny playground for under-fours too boring even for the two-year-old and the other, for over-eights, to be found padlocked and out of bounds.

It’s a far cry from the open-to-all climbing frame outside Amsterdam’s Rijksmuseum that we visited on a family holiday, and which required real ingenuity; or even its ambitious French counterpart, in the Marais neighbourhood of Paris, which replaced a far tamer version. No, our only real option was a Tube trip to the newly opened Tumbling Bay play area in the Queen Elizabeth Olympic Park – along with the rest of southern England as it turned out. This is the future of British playgrounds, or would be if councils had any money to build and maintain them: spending by English local authorities on public play areas fell by nearly 40 per cent from 2010 to 2013 according to a recent report in Children and Young People Now, an industry publication. As a result, almost one in three councils has closed at least one play facility. The Association of Play Industries (API), the manufacturers’ trade body, last month said first- quarter orders for play equipment had sunk to an eight-year low. This followed the Government axing Labour’s £235m Playbuilder programme to invest in play provision.

“Crikey! Crikey Heeeellllllpppp!” squeals an excited Louis, my five year old. He’s disappeared up a haphazard wooden structure that reminds me of Enid Blyton’s Magic Faraway Tree and him of a giant space ship. “Mummy! Look at my feet. They’re not touching where they’re supposed to. May,” he barks to his friend. “Don’t go the high way!” Too late: “I’m doing it Lou! I’m done. I’m done.” Even the two-year-old is happy enough, roaming around in the bark chips being a troll underneath one of the bridges. For him, even the extra wide slide is a massive leap of faith when you’re hanging, fingertips gripping the edge, willing yourself to let go.

Not that everyone is equally free to let themselves go: two boys wearing Spiderman crash helmets suggest not all parents are comfortable with what is undeniably a challenge. Which is as it should be, says John O’Driscoll, whose company Adventure Playground Engineers built the structure to an Erect Architecture design. He much prefers his play areas to look risky. “If you put up some steel poles, little climbing frames, and rubber surfaces, people think that’s safe, so if an accident happens they’re shocked. If you make something look risky, dodgy, hard and crunchy people make their own minds up. [But] breaking the odd bone is par for the course. Kids learn really quickly not to do something again. We’re really fortunate to have the NHS. There’s no need to sue anybody to get a broken arm fixed.”

Louis makes it across the rope bridge and finds the perfect hiding place in a twisty tree

Louis makes it across the rope bridge and finds the perfect hiding place in a twisty tree (Kitty Gale)

Ah, the so-called compensation culture. “We’re trying to put adventurous play into public parks and schools but we’re battling against a ‘sue, sue, sue’ mentality,” O’Driscoll adds. “Some kids are growing up in nurseries with bouncy floors, growing up without the concept of gravel or grass. Everything they’ve played on bounces, which gives them a false sense of security,” he says. Although statistics on playground accidents are impossible to find – the then k Department of Trade and Industry used to break down hospitals’ A&E admissions but stopped in 2002 – experts are ambivalent about those rubber floors. “Has it been worth all those hundreds of millions of pounds?” asks David Yearly, the Royal Society for the Prevention of Accidents’ play safety manager. Impact-absorbing surfaces, as they’re known, typically take between 30 and 40 per cent of a new play area’s capital budget. “Do children take greater risks? Do they perceive they’re safer than they actually are? Soft surfaces only protect heads. You’ll still break an arm.”

Rudi Warren, nine, is living proof that the odd accident isn’t all bad news. A fall in a north London playground – he copied a friend jumping from a slide to a rope but missed and fell – ended in a broken wrist. He’s now more circumspect than his mother, Rachel, who is relaxed about what happened. “I wouldn’t do it again,” Rudi says. “I’ve been much more cautious that I shouldn’t do whatever someone tells me to and should think about what I’m doing.”

Something parents might find surprising – I know I did – are the guidelines in favour of a degree of risk set out by the Play Safety Forum, a grouping of national agencies, in a document called “Managing Risk in Play Provision”. “Simply reflecting the concerns of the most anxious parents, and altering playground design in an attempt to remove as much risk and challenge as possible, prevents providers from offering important benefits to the vast majority of children and young people,” is one choice line. That said, decisions rest with the ones paying the bills, usually local authorities. “Playground companies are definitely innovating a lot more but the problem is you have a risk-averse client base. So it’s catch-22,” sighs Michael Hoenigmann, API’s chairman. Coupled with current austerity drives, which are slicing maintenance budgets, “there’s a move to less adventurous, more static equipment. But children don’t like that so it’s a waste of money in the long term.”

The person banging the risk drum loudest is perhaps the least expected: Health and Safety Executive chair Judith Hackitt. “The perception people have is that there’s more risk than there really is. Over-protective parents have lost sight of the fact that part of their role is to teach children to be independent. The downside is children are growing up risk unaware. They think they’re fireproof.” She is far from alone in blaming 24-hour media for blowing up isolated incidents into something parents – wrongly – imagine to be the norm when the reality is there are no more children falling out of trees and no more children being abducted today than a generation or two ago.

The one thing there is more of is traffic. In 2012, Government data shows that 2,272 children were seriously injured, of whom 61 died. This, then, is why kids aren’t allowed outside unsupervised. Just 2 per cent of children cycle to school, for example, according to research, although nearly half of children say they’d like to. It also helps explain why the proportion being driven rose to 44 per cent in 2012, up from 38 per cent in 1995. Parent-led initiatives such as Playing Out, which shuts streets to cars for a certain period each week, are helping, but the bureaucracy involved is massive and progress is slow.

What, then, can we do? For Professor Gray it’s all about challenging those boundaries. “Ask, ‘Where can I allow my kid more freedom?’ and push against the limits of what culture seems to allow.” And above all, do what you can to get other playmates outside. “Children aren’t attracted to the outdoors but to other kids,” he points out. Tim Gill, who has spent years working to improve children’s lives, thinks it’s all about giving your kids “microadventures”. He adds: “I hope and believe that growing numbers of parents will sign up to a vision of giving children more everyday freedom. And that those parents will have an impact. Look for ways to scaffold your children’s independence.”

If this sounds scary, just take it step by step. Gill used to let his daughter choose the stairs on the Underground instead of the escalator; Louis has been taking easy detours on his own ever since he was three, often no more than a few metres. But it all builds up, that tightness in your chest gradually easing. And so I swear I barely blinked this morning when a worried woman called after my departing bike, “Your son. He’s gone the other way.” Because two minutes later there he was, whizzing into view exactly where I expected him, that smile justifying my boldness.

Bring on the microadventures.

The way we played: Adventures in time

Free to roam: A young Peter Popham with his mum and dadFree to roam: A young Peter Popham with his mum and dad

1950s: Peter Popham

I grew up 150 yards from Richmond Park  and its hundreds of acres of unpatrolled wilderness, with gates that were never locked, ponds deep enough to drown in and woods and bracken enough to hide any number of homicidal perverts. My sister and I roamed this wonderful area unaccompanied and unchecked from the age of four or five. Growing up in the 1950s [b. 1952] there was awareness of the potential dangers posed by “dirty old men”, and we were warned not  to speak to strangers or get into a stranger’s car, but this mild parental paranoia never escalated into direct supervision: I taught myself to swim in Leg of Mutton pond, skated on Pen Ponds when they froze, sledged in Petersham Park when it snowed, built dams across the brook, learnt to ride a bike on the path to Bog Lodge and played for hours in the dense woods of Sheen Common. Sometimes Mum or Dad were on hand, but often they weren’t; back then it simply wasn’t an issue.
1970s: Mike Higgins

All of the stories about my and my brother’s childhood that my elder daughter likes to hear sound a bit hairy by modern standards. We grew up in Cape Town until the age of seven  or eight, and spent a lot of time outdoors.  I remember my brother (above right) coming home with a gashed foot after playing on a building site all afternoon. We loved spending as much time as possible up on our suburban bungalow’s roof, picking at bodies of dead lizards and taunting our mother. And we often went barefoot, the soles of our small feet growing thick on the hot pavements. The only place I recall being completely out of bounds was a big concrete drainage ditch round the corner. A few times, Gavin escaped good  and proper, and was found a few miles away wandering about or on my bike. And I did once swing as high as I could at the local playground before throwing myself off to see what would happen. I landed on my head, and it hurt, a lot (no bouncy floors back then).

1990s: Ellen E Jones

I grew up on a council estate in the east London borough of Hackney, before the posh people stole it and turned it into an urban-themed play area for their offspring (you know who you are). We didn’t have a garden, but there was  a small tyre swing and a death-trap climbing frame which my mum could see from our  5th-floor balcony. I was allowed to “play out” there from the age of seven. When I was about nine, my realm expanded to include the shops round the corner. That was it. I never learnt to ride a bike (no space) and there weren’t any fields to roam in (that’s me on holiday, above right), but what my upbringing lacked in flora variety, it made up in fauna. The nature of inner-city housing meant more people in closer quarters boasting all manner of ethnicities and mental-health diagnoses. I had met a greater swathe of humanity by my thirteenth birthday than most meet by their thirtieth. It was an idyllic childhood – though probably not as Enid Blyton would have imagined it.

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#invalsi : Un altro supporter fa autocritica e attacca difesa dogmatica del test e delle sue attuali modalità

I mali della scuola e l’uso sbagliato dei test Invalsi

 LUCA RICOLFI per La Stampa

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Sono cominciate in questi giorni le cosiddette «prove Invalsi», ossia una serie di test sui livelli di apprendimento degli studenti dei vari ordini di scuola, elementari, medie, e superiori. E anche quest’anno, come di consueto, i test vengono avversati da alcuni sindacati, nonché da una parte degli insegnanti e degli studenti.

 Per quanto mi riguarda, sono stato sempre favorevole alla valutazione dei livelli di apprendimento, nelle scuole come nell’Università. E, fin da quando i test erano solo agli inizi, ho più volte chiesto che il ministero rendesse pubblici i risultati anche a livello di scuola, anziché tenerli semi-segreti.

Ora, però, vedendo come i test funzionano di fatto, vorrei fare un po’ di autocritica. Perché un conto è il sacrosanto principio della valutazione, un conto è il modo in cui è stato calato nella realtà italiana. Un’idea giusta può trasformarsi nel suo contrario se viene applicata male. E questo, mi spiace doverlo scrivere, sembra proprio il caso dei test Invalsi.

Perché i test sono, o meglio sono diventati, uno strumento discutibile?

Le ragioni sono almeno quattro.

Primo: i test distorcono i contenuti dell’insegnamento. Il sapere che i propri studenti saranno valutati con certi strumenti (tipicamente, anche se non solo, quiz a crocette) può portare il docente a orientare l’insegnamento verso il superamento del test, anziché verso una conoscenza ampia e approfondita della materia. Il fenomeno è noto da anni nei Paesi che fanno ampio uso dei test, e ha ricevuto anche un nome: viene chiamato teaching to the test, insegnare in funzione del test.

Secondo: i risultati dei test sono manipolati. Molti insegnanti, infatti, aiutano direttamente i loro allievi o li lasciano copiare. Il fenomeno è ben noto da anni, ed è così diffuso (specie nelle regioni meridionali) da rendere impossibili i confronti fra territori dotati di differenti livelli di spirito civico. In un Paese come l’Italia l’unico modo di rimediare a questo inconveniente sarebbe di far somministrare i test a personale esterno alla scuola, che non abbia interesse ad abbellire i risultati.

Terzo: i risultati dei test non sono resi pubblici a livello di scuola. Questo pone un grave limite al diritto delle famiglie di essere informate sulla qualità relativa delle varie scuole. Perché se è vero che non si può confrontare il punteggio medio in matematica di un liceo classico di Treviso con quello di Palermo (a causa delle manipolazioni), è assai meno irragionevole confrontare fra loro le scuole di una medesima città, dove il livello di manipolazione dei test è molto più uniforme.

 

Quarto: in alcuni casi i risultati dei test sono usati nella valutazione del profitto individuale, nonostante l’errore di misurazione sia molto grande (un’obiezione, questa, che vale anche per i test d’ingresso all’Università). E’ noto, infatti, che la precisione con cui i test misurano i livelli di apprendimento è molto alta a livello aggregato (per un’intera scuola), mentre è assai bassa a livello del singolo studente.

Si potrebbe obiettare che, nonostante tutti questi difetti, i test almeno una virtù ce l’hanno: quella di fornire alle scuole un elemento di autovalutazione. Può essere vero, a certe condizioni (valutatori esterni e completa pubblicità dei risultati). E tuttavia qui bisogna cercare di non essere ipocriti. Immaginate che, grazie ai test, una certa scuola scopra di essere indietro, e che il suo dirigente voglia alzare i livelli di apprendimento reclutando buoni insegnanti, più preparati, più motivati, più aggiornati, o queste tre cose insieme. Allo stato attuale della normativa e delle risorse economiche, il nostro povero dirigente non potrà fare praticamente nulla, perché il nostro sistema, pur di evitare abusi e discriminazioni, ha preferito auto-ingessarsi in un meccanismo di chiamate sostanzialmente automatico.

Ecco perché la difesa acritica dei test mi lascia perplesso quasi quanto l’opposizione, ideologica e pregiudiziale, della casta che di fatto governa la scuola. I problemi dell’apprendimento si possono certo affrontare anche con la valutazione, i test, l’auto-osservazione delle scuole. Ma lasciatemi dire che, visto dal lato dell’Università, ossia del luogo dove tanti studenti arrivano dopo ben 13 anni di studi, il problema dei livelli di apprendimento è molto più semplice e banale di come la burocrazia ministerial-pedagogica lo rappresenta. La maggior parte degli studenti che arrivano all’Università hanno un livello di preparazione in materie fondamentali, come la matematica e l’italiano, sulla base del quale, in teoria – ossia stando ai programmi ministeriali – non sarebbero dovuti entrare nemmeno in un liceo. E infatti diverse Università sono costrette a fare corsi di «allineamento» in matematica, logica, lingua italiana, al solo scopo di limitare un po’ gli enormi danni cognitivi che la scuola ha inferto ai suoi allievi.

Ora, non mi si venga a raccontare che tutto ciò dipende da una scarsa capacità di auto-valutazione della scuola. Gli insegnanti che concedono la maturità (e, prima della maturità, la licenza media) ad allievi che non hanno nemmeno lontanamente raggiunto gli standard previsti da questi ordini di scuola, ad allievi che non sono in grado di scrivere o comprendere un testo, ad allievi che hanno cancellato quasi del tutto quel poco di matematica che la scuola ha loro comunque insegnato, ad allievi che sono perfettamente ignoranti in storia, geografia e scienze, questo tipo di insegnanti lo stato penoso dei loro allievi lo conoscono benissimo, perché si vede ad occhio nudo, senza bisogno di alcun raffinato strumento di valutazione. Per alzare i livelli di apprendimento basterebbe che gli insegnanti rispettassero i programmi e non abdicassero al loro ruolo.

Perciò la domanda è un’altra, tanto semplice quanto drammatica: come mai, in questi lunghi anni di carnevale, è stato permesso tutto questo?

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Giorgio Israel su #Invalsi : una posizione equilibrata non scampa alle critiche dei talebani dei test standard

Come troppo spesso succede argomenti seri diventano da noi (non solo da noi) oggetto di schermaglie fra opposte tifoserie che radicalizzano le proprie posizioni, diventando sorde ad ogni argomento razionale e con accuse reciproche di “oscurantismo” o “neo liberismo”.

Che molti operatori della scuola, e particolarmente in sindacati, si siano distinti negli anni passati per battaglie “ideologiche” contro ogni innovazione è tristemente vero, ma la “controparte” non sembra essere nella posizione di “dare lezioni” a chicchessia, viste le reazioni scomposte che ogni minima critica, pacata e “fattuale”, al sistema di test standard, suscita fra i suoi sostenitori.

Particolarmente discutibile è questo entusiasmo “messianico” per i test standard da noi in Italia, paese che non ha adottato questi strumenti negli anni precedenti, quando si diffondevano in altre culture, e li abbraccia oggi in modo “acritico” proprio nel momento in cui cominciano ad essere sottolineati i problemi e le distorsioni che tali sistemi hanno generato e stanno generando laddove sono in vigore, ed in maniera massiccia, da anni.

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I TEST A SCUOLA CHE UCCIDONO LA GIOIA DI APPRENDERE

È primavera e a scuola sbocciano i test Invalsi. Con essi torna il monito a non muovere critiche che non siano costruttive. Pur attenendosi al precetto si constata, anche quest’anno, una miscela di test ragionevoli e di altri che suscitano dubbi circa le competenze di chi l’ha pensati. La via del miglioramento è lunga, soprattutto se le critiche saranno ancora ignorate. Ma resta aperta la domanda: per andare dove? Cosa può dare l’analisi dello stato dell’istruzione mediante test, pur al massimo delle sue possibilità?

La domanda è resa impellente dal torrente polemico che si rovescia sul più famoso sistema internazionale di valutazione mediante test, OCSE-Pisa, noto in Italia per averci sempre posto al fondo delle classifiche. Nelle ultime rilevazioni aveva suscitato stupore la schiacciante superiorità della Cina, poi spiegata dal fatto che ai test avevano partecipato le migliori scuole del distretto di Shangai. Aveva destato sorpresa l’inatteso crollo della Finlandia, da sempre ai primi posti. Qualche anno fa avevamo indicato che, per ammissione di autorevoli personalità di quel paese, l’insegnamento della matematica era stato stravolto in funzione del successo nei test OCSE-Pisa, il che lasciava prevedere che fluttuazioni nelle modalità dei test avrebbero potuto cambiare i risultati. Ora si viene a sapere qualcosa di molto più grave: solo il 10% degli studenti dei vari paesi sostiene effettivamente i test di lettura Pisa, mentre gli altri entrano nelle statistiche simulando le risposte mancanti con numeri casuali… Ne è nata una polemica furiosa in cui la difesa ha opposto che questa è una prassi usuale in statistica, mentre uno statistico di fama come David Spiegelhalter ha sostenuto che i metodi usati sono sbagliati e che «ricavare lezioni da Pisa è difficile quanto prevedere chi vincerà una partita di calcio».

Ora, una lettera firmata da un stuolo di autorevoli personalità a livello internazionale (pubblicata sul Guardian col titolo “I test OCSE-Pisa stanno danneggiando l’educazione in tutto il mondo”) contesta il metodo dei test al di là delle questioni tecniche. Difatti, gli articoli di critica tecnica pullulano, ma gli enti di valutazione fanno orecchie da mercante. Per esempio, il nostro Invalsi considera come Verbo un modello matematico largamente criticato e di cui recenti ricerche indicano l’inapplicabilità proprio ai test usati nel 2009 per le scuole medie. L’appello internazionale considera inammissibile alla radice l’idea di costruire un intero sistema di valutazione sui test e mette in luce i guasti che sta producendo questa prassi.

La lettera critica la credenza feticistica nei numeri che fa trascurare qualità fondamentali, come quelle morali, civiche o artistiche (e aggiungiamo noi, anche le competenze scientifiche e letterarie, che non sono riducibili a numeri). Denuncia lo spostamento d’attenzione sul breve termine, mentre solidi miglioramenti nella qualità dell’istruzione e dell’insegnamento richiedono decenni. Denuncia una visione angustamente economicista che cancella il fatto che l’istruzione non forma solo forza-lavoro ma soggetti capaci di partecipare a una società democratica, all’azione morale e a una vita di crescita personale; per cui, per molti versi, inclusa la disastrosa tendenza a bandire la conoscenza dall’istruzione, compromette il futuro della democrazia. Questa tendenza tecnocratica è manifestata dal fatto che l’istruzione sta diventando terreno riservato a economisti, statistici e psicometrici, escludendo soggetti che non hanno minori diritti a “sedersi al tavolo”: insegnanti, educatori, studiosi disciplinari di ogni sorta, famiglie, studenti, amministratori. Infine, il ciclo continuo di testing produce un clima nevrotico nelle scuole e, sostituendo l’insegnamento con l’addestramento, «uccide la gioia di apprendere». Tra le molte altre osservazioni ne ricordiamo una fondamentale: «misurare grandi diversità di tradizioni educative con un criterio unico, ristretto e parziale, può danneggiare irreparabilmente i nostri studenti e le nostre scuole».

Siamo di fronte a un documento che ha un valore cruciale, particolarmente importante per un paese come l’Italia che sta costruendo il suo sistema di valutazione. E va respinto il solito ammonimento, che già si sente avanzare: chi critica non vuole la valutazione. Anche il ministro Giannini, nel corso di recenti dichiarazioni, su altri aspetti condivisibili, ha ricondotto le critiche alla tendenza a dire: “bene la valutazione, ma non nel mio cortile”. Che vi sia chi ragiona così è indubbio. Ma riprovarlo non implica chiudere la bocca a chi non difende cortili, vuole la valutazione, propone altri modelli – per esempio, basati su metodi ispettivi – ma non accetta qualsiasi cosa a scatola chiusa, tantomeno il feticcio dei test, ancor meno se si prospetta di usare i test Invalsi anche per valutare gli insegnanti.

Nelle sue dichiarazioni, il ministro ha osservato che, come un buon medico si valuta se i suoi malati guariscono o restano in buona salute, così l’insegnante si valuta dal risultato del processo di apprendimento. Ma già qui non ci siamo. Perché quel che fa la differenza è l’oggetto: altrimenti, i peggiori medici sarebbero gli oncologi e i migliori quelli che curano i raffreddori. Inoltre, i concetti di salute e malattie sono tutt’altro che univoci. Un medico molto meccanicista può ritenere che lo stato di salute corrisponda al rigoroso rientro in certi parametri, mentre un altro può ritenere che talora la “guarigione” consista nell’assestarsi su stati “anomali” ma corrispondenti a una nuova norma avente caratteristiche di stabilità. Ciò è materia di dibattito scientifico e valutare un medico è cosa molto più complessa che non fare test sull’evoluzione dello stato dei suoi pazienti. Lo stesso dicasi per gli insegnanti: la bravura di un insegnante può essere offuscata da un contesto difficile mentre può rifulgere la mediocre qualità di un insegnante che opera in un contesto facile. Né la qualità degli apprendimenti è riflessa, se non a livelli minimali, dalle prestazioni nei test. Del resto, se il ministro ha accolto l’idea di sostituire i test d’ingresso a medicina con un modello di tipo francese, in cui la selezione viene fatta con esami di merito dopo un anno, non può ritenere che i testi possano servire a valutare il sistema dell’istruzione, gli studenti e addirittura gli insegnanti. Qualche forma di testing elementare può servire, purché a dosi omeopatiche, impedendo qualsiasi sostituzione dell’insegnamento ordinario con l’addestramento ai test, e combattendo l’affarismo sui manuali di addestramento. Ma ridurre la complessità della problematica dell’istruzione alle crocette è inaccettabile. Curiosi tempi i nostri, in cui si straparla di “complessità” e poi si pretende di ridurre tutto a schemini semplici; in cui chi non è relativista è un arnese del passato, e poi si pretende di raggiungere l’oggettività assoluta nella valutazione. Un sistema di valutazione efficace deve valorizzare pienamente l’aspetto umano e culturale, e quindi non può basarsi altro che su metodi di ispezione incrociata interni al sistema (lontani dal vecchio sistema ispettivo ministeriale) di cui esistono molti modelli che possono essere studiati e articolati nei dettagli. L’appello internazionale chiama ad affrontare con coraggio e senza conformismi questa tematica, offrendo al nostro paese l’opportunità di evitare vie schematiche che hanno prodotto altrove pessimi risultati. Non a caso, l’appello è nato nel mondo anglosassone, dove il feticcio del “testing” e dell’‘accountability” quantitativa ha prodotto dissesti tali da spaccare in modo drammatico il mondo dell’educazione.

Qui sotto la lettera aperta di critica ai test OCSE PISA da parte di un elenco di firmatari (potete vedere la lista qui)

OPEN LETTER TO ANDREAS SCHLEICHER, OECD, PARIS

Dear Dr. Schleicher:

We write to you in your capacity as OECD’s director of the Programme of International Student Assessment (PISA). Now in its 13th year, PISA is known around the world as an instrument to rank OECD and non-OECD countries (60+ at last count) according to a measure of academic achievement of 15 year old students in mathematics, science, and reading. Administered every three years, PISA results are anxiously awaited by governments, education ministers, and the editorial boards of newspapers, and are cited authoritatively in countless policy reports. They have begun to deeply influence educational practices in many countries. As a result of PISA, countries are overhauling their education systems in the hopes of improving their rankings. Lack of progress on PISA has led to declarations of crisis and “PISA shock” in many countries, followed by calls for resignations, and far-reaching reforms according to PISA precepts.

We are frankly concerned about the negative consequences of the PISA rankings. These are some of our concerns:

-while standardized testing has been used in many nations for decades (despite serious reservations about its validity and reliability), PISA has contributed to an escalation in such testing and a dramatically increased reliance on quantitative measures. For example, in the United States, PISA has been invoked as a major justification for the recent “Race to the Top” program, which has increased the use of standardized testing for student-, teacher-, and administrator evaluations, which rank and label students, as well as teachers and administrators according to the results of tests widely known to be imperfect (see, for example, Finland’s unexplained decline from the top of the PISA table);

-in education policy, PISA, with its three-year assessment cycle, has caused a shift of attention to short-term fixes designed to help a country quickly climb the rankings, despite research showing that enduring changes in education practice take decades, not a few years to come to fruition. For example, we know that the status of teachers and the prestige of teaching as a profession has a strong influence on the quality of instruction, but that status varies strongly across cultures and is not easily influenced by short-term policy;

-by emphasizing a narrow range of measurable aspects of education, PISA takes attention away from the less measurable or immeasurable educational objectives like physical, moral, civic, and artistic development, thereby dangerously narrowing our collective imagination regarding what education is and ought to be about;

-as an organization of economic development, OECD is naturally biased in favor of the economic role of public schools. But preparing young men and women for gainful employment is not the only, and not even the main goal of public education, which has to prepare students for participation in democratic self-government, moral action, and a life of personal development, growth, and well-being;

-unlike United Nations (UN) organizations such as UNESCO or UNICEF that have clear and legitimate mandates to improve education and the lives of children around the world, OECD has no such mandate. Nor are there, at present, mechanisms of effective democratic participation in its education decision-making process;

-to carry out PISA and a host of follow-up services, OECD has embraced “public-private partnerships” and entered into alliances with multi-national for-profit companies, which stand to gain financially from any deficits—real or perceived—unearthed by PISA. Some of these companies provide educational services to American schools and school districts on a massive, for-profit basis, while also pursuing plans to develop for-profit elementary education in Africa, where OECD is now planning to introduce the PISA program;

-finally, and most importantly: the new PISA regime, with its continuous cycle of global testing, harms our children and impoverishes our classrooms, as it inevitably involves more and longer batteries of multiple-choice testing, more scripted “vendor”-made lessons, and less autonomy for our teachers. In this way PISA has further increased the already high stress-level in our schools, which endangers the well-being of our students and teachers.

These developments are in overt conflict with widely accepted principles of good educational and democratic practice:

-no reform of any consequence should be based on a single narrow measure of quality;

-no reform of any consequence should ignore the important role of non-educational factors, among which a nation’s socio-economic inequality is paramount. In many countries, including the United States, inequality has dramatically increased over the past 15 years, explaining the widening educational gap between rich and poor which education reforms, no matter how sophisticated, are unlikely to redress;

-an organization like OECD, as any organization that deeply affects the life of our communities, should be open to democratic accountability by members of those communities.

We are writing not only to point out deficits and problems. We would also like to offer constructive ideas and suggestions that may help to alleviate the above mentioned concerns. While in no way complete, they illustrate how learning could be improved without the above mentioned negative effects:

-develop alternatives to league tables: explore more meaningful and less easily sensationalized ways of reporting assessment outcomes. For example, comparing developing countries, where 15-year olds are regularly drafted into child labor, with first world countries makes neither educational nor political sense and opens OECD up for charges of educational colonialism;

-make room for participation by the full range of relevant constituents and scholarship: to date, the groups with greatest influence on what and how international learning is assessed are psychometricians, statisticians, and economists. They certainly deserve a seat at the table, but so do many other groups: parents, educators, administrators, community leaders, students, as well as scholars from disciplines like anthropology, sociology, history, philosophy, linguistics, as well as the arts and humanities. What and how we assess the education of 15 year old students should be subject to discussions involving all these groups at local, national, and international levels;

-include national and international organizations in the formulation of assessment methods and standards whose mission goes beyond the economic aspect of public education and which are concerned with the health, human development, well-being and happiness of students and teachers. This would include the above mentioned United Nations organizations, as well as teacher, parent, and administrator associations, to name a few;

-publish the direct and indirect costs of administering PISA so that taxpayers in member countries can gauge alternative uses of the millions of dollars spent on these tests and determine if they want to continue their participation in it;

-welcome oversight by independent international monitoring teams which can observe the administration of PISA from the conception to the execution, so that questions about test format and statistical and scoring procedures can be weighed fairly against charges of bias or unfair comparisons;

-provide detailed accounts regarding the role of private, for-profit companies in the preparation, execution, and follow-up to the tri-annual PISA assessments to avoid the appearance or reality of conflicts of interest;

-slow down the testing juggernaut. To gain time to discuss the issues mentioned here at local, national, and international levels, consider skipping the next PISA cycle. This would give time to incorporate the collective learning that will result from the suggested deliberations in a new and improved assessment model.

We assume that OECD’s PISA experts are motivated by a sincere desire to improve education. But we fail to understand how your organization has become the global arbiter of the means and ends of education around the world. OECD’s narrow focus on standardized testing risks turning learning into drudgery and killing the joy of learning. As PISA has led many governments into an international competition for higher test scores, OECD has assumed the power to shape education policy around the world, with no debate about the necessity or limitations of OECD’s goals. We are deeply concerned that measuring a great diversity of educational traditions and cultures using a single, narrow, biased yardstick could, in the end, do irreparable harm to our schools and our students.

Sincerely,

Heinz-Dieter Meyer (State University of New York)
and
Katie Zahedi (Principal, Linden Ave Middle School, Red Hook, New York)

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