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Cambiare la #scuola per cambiare la #società? Come l’uovo e la gallina

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Radical Change Is Needed to Fix Our Education System – This Could Be It

Questo articolo di Zion Lights ci stimola alcune riflessioni:

– Continuiamo a lamentarci (giustamente) della nostra scuola. Meno giustamente molti additano a modello sistemi (USA, UK) chiaramente fallimentari (nel loro complesso ed al netto dei picchi di eccellenza, notissimi ma statisticamente non rappresentativi)

– I modelli di maggior successo (Corea e Finlandia) sono radicalmente diversi in approccio, in totale antitesi. Il che dimostra che non esiste, come si vuol far credere, un unico approccio possibile

– Dove sono stati adottati prima e con maggior pervasività che da noi, i test standard per la misurazione delle competenze e, ancor più, come parametro per la gestione di scuole e insegnanti  non sembrano aver migliorato le cose, anzi hanno generato effetti negativi. Un altro tabù da sfatare. Senza necessariamente rigettarli, i test non possono essere considerati una panacea.

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#invalsi : Un altro supporter fa autocritica e attacca difesa dogmatica del test e delle sue attuali modalità

I mali della scuola e l’uso sbagliato dei test Invalsi

 LUCA RICOLFI per La Stampa

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Sono cominciate in questi giorni le cosiddette «prove Invalsi», ossia una serie di test sui livelli di apprendimento degli studenti dei vari ordini di scuola, elementari, medie, e superiori. E anche quest’anno, come di consueto, i test vengono avversati da alcuni sindacati, nonché da una parte degli insegnanti e degli studenti.

 Per quanto mi riguarda, sono stato sempre favorevole alla valutazione dei livelli di apprendimento, nelle scuole come nell’Università. E, fin da quando i test erano solo agli inizi, ho più volte chiesto che il ministero rendesse pubblici i risultati anche a livello di scuola, anziché tenerli semi-segreti.

Ora, però, vedendo come i test funzionano di fatto, vorrei fare un po’ di autocritica. Perché un conto è il sacrosanto principio della valutazione, un conto è il modo in cui è stato calato nella realtà italiana. Un’idea giusta può trasformarsi nel suo contrario se viene applicata male. E questo, mi spiace doverlo scrivere, sembra proprio il caso dei test Invalsi.

Perché i test sono, o meglio sono diventati, uno strumento discutibile?

Le ragioni sono almeno quattro.

Primo: i test distorcono i contenuti dell’insegnamento. Il sapere che i propri studenti saranno valutati con certi strumenti (tipicamente, anche se non solo, quiz a crocette) può portare il docente a orientare l’insegnamento verso il superamento del test, anziché verso una conoscenza ampia e approfondita della materia. Il fenomeno è noto da anni nei Paesi che fanno ampio uso dei test, e ha ricevuto anche un nome: viene chiamato teaching to the test, insegnare in funzione del test.

Secondo: i risultati dei test sono manipolati. Molti insegnanti, infatti, aiutano direttamente i loro allievi o li lasciano copiare. Il fenomeno è ben noto da anni, ed è così diffuso (specie nelle regioni meridionali) da rendere impossibili i confronti fra territori dotati di differenti livelli di spirito civico. In un Paese come l’Italia l’unico modo di rimediare a questo inconveniente sarebbe di far somministrare i test a personale esterno alla scuola, che non abbia interesse ad abbellire i risultati.

Terzo: i risultati dei test non sono resi pubblici a livello di scuola. Questo pone un grave limite al diritto delle famiglie di essere informate sulla qualità relativa delle varie scuole. Perché se è vero che non si può confrontare il punteggio medio in matematica di un liceo classico di Treviso con quello di Palermo (a causa delle manipolazioni), è assai meno irragionevole confrontare fra loro le scuole di una medesima città, dove il livello di manipolazione dei test è molto più uniforme.

 

Quarto: in alcuni casi i risultati dei test sono usati nella valutazione del profitto individuale, nonostante l’errore di misurazione sia molto grande (un’obiezione, questa, che vale anche per i test d’ingresso all’Università). E’ noto, infatti, che la precisione con cui i test misurano i livelli di apprendimento è molto alta a livello aggregato (per un’intera scuola), mentre è assai bassa a livello del singolo studente.

Si potrebbe obiettare che, nonostante tutti questi difetti, i test almeno una virtù ce l’hanno: quella di fornire alle scuole un elemento di autovalutazione. Può essere vero, a certe condizioni (valutatori esterni e completa pubblicità dei risultati). E tuttavia qui bisogna cercare di non essere ipocriti. Immaginate che, grazie ai test, una certa scuola scopra di essere indietro, e che il suo dirigente voglia alzare i livelli di apprendimento reclutando buoni insegnanti, più preparati, più motivati, più aggiornati, o queste tre cose insieme. Allo stato attuale della normativa e delle risorse economiche, il nostro povero dirigente non potrà fare praticamente nulla, perché il nostro sistema, pur di evitare abusi e discriminazioni, ha preferito auto-ingessarsi in un meccanismo di chiamate sostanzialmente automatico.

Ecco perché la difesa acritica dei test mi lascia perplesso quasi quanto l’opposizione, ideologica e pregiudiziale, della casta che di fatto governa la scuola. I problemi dell’apprendimento si possono certo affrontare anche con la valutazione, i test, l’auto-osservazione delle scuole. Ma lasciatemi dire che, visto dal lato dell’Università, ossia del luogo dove tanti studenti arrivano dopo ben 13 anni di studi, il problema dei livelli di apprendimento è molto più semplice e banale di come la burocrazia ministerial-pedagogica lo rappresenta. La maggior parte degli studenti che arrivano all’Università hanno un livello di preparazione in materie fondamentali, come la matematica e l’italiano, sulla base del quale, in teoria – ossia stando ai programmi ministeriali – non sarebbero dovuti entrare nemmeno in un liceo. E infatti diverse Università sono costrette a fare corsi di «allineamento» in matematica, logica, lingua italiana, al solo scopo di limitare un po’ gli enormi danni cognitivi che la scuola ha inferto ai suoi allievi.

Ora, non mi si venga a raccontare che tutto ciò dipende da una scarsa capacità di auto-valutazione della scuola. Gli insegnanti che concedono la maturità (e, prima della maturità, la licenza media) ad allievi che non hanno nemmeno lontanamente raggiunto gli standard previsti da questi ordini di scuola, ad allievi che non sono in grado di scrivere o comprendere un testo, ad allievi che hanno cancellato quasi del tutto quel poco di matematica che la scuola ha loro comunque insegnato, ad allievi che sono perfettamente ignoranti in storia, geografia e scienze, questo tipo di insegnanti lo stato penoso dei loro allievi lo conoscono benissimo, perché si vede ad occhio nudo, senza bisogno di alcun raffinato strumento di valutazione. Per alzare i livelli di apprendimento basterebbe che gli insegnanti rispettassero i programmi e non abdicassero al loro ruolo.

Perciò la domanda è un’altra, tanto semplice quanto drammatica: come mai, in questi lunghi anni di carnevale, è stato permesso tutto questo?

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Altro articolo (che non condivido) sull’INVALSI #invalsi #scuola

Tutti gli interrogativi sui test per i ragazzi

di Marina Boscaino – Il Fatto Quotidiano – 20 maggio 2012 – pag. 11

L’Invalsi è l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e Formazione. Cosa sono i test Invalsi, di cui ciclicamente e insistentemente parlano i media? Sono prove per misurare in diversi momenti del percorso scolastico gli apprendimenti degli studenti in italiano e matematica, che dovrebbero individuare e rappresentare tutti i livelli, dai più bassi ai più alti. Ogni anno sono somministrati alle II e V classi della scuola elementare e alle I e III delle medie.
Dallo scorso anno, ed è questo l’elemento che ha scatenato il dissenso, anche alle II classi delle superiori. I motivi di contrasto sono strettamente legati agli stessi test, e ad alcuni loro corollari. Per i fan acritici della valutazione e per il Miur, è comodo pensare che la scuola sia allergica a tutto ciò che “puzza” di valutazione: i valutatori non amano essere a loro volta valutati. Questo quando persino negli Usa (pionieri di questa strategia) alcuni protagonisti di primo piano delle politiche educative considerano ora i test inadeguati a saggiare gli apprendimenti.

Cercherò di spiegare quindi quanto sia superficiale e fuorviante questa replica. In primo luogo una somministrazione identica per ogni indirizzo di scuola, dal liceo classico al professionale, dalle metropoli alle province isolate, dal centro di Milano alla periferia di Agrigento, è iniqua: nulla di più ingiusto che far parti uguali tra diversi. Con buona pace di don Milani. Vediamo ora l’aspetto tecnico: i test oggettivi standardizzati a risposta multipla possono misurare solo conoscenze. Viceversa l’Invalsi vuole misurare competenze, il “saper fare”, utilizzando uno strumento inadeguato. Tale modalità di indagine peraltro è molto lontana da metodologie e obiettivi praticati nelle nostre scuole.

È una prospettiva non coerente con la nostra impostazione didattica, meno “meccanizzata”, basata su pluralità dei punti di vista e sinergia tra conoscenze, competenze e abilità, e con esse dei saperi analitico-critici complessi. Insomma: si misurano competenze non centrali nell’impostazione formativa della scuola italiana. I test proposti, inoltre, sono una serie di istantanee; e non hanno lo stesso peso di una costante misurazione diacronica: punto di partenza, punti intermedi, punto di arrivo; solo così si potrebbero individuare strategie di interventi davvero efficaci.
Ma dietro “l’Invalsimania” c’è altro. Un ossequio di maniera all’Europa, ossia un’imitazione banalizzante delle pratiche di valutazione che molti Paesi conducono da anni a vari livelli: apprendimenti, capacità dei docenti, efficacia delle scuole. Molti pensano che i test andranno a giustificare la logica premio-punizione di brunettiana memoria. Il precedente governo, ideatore del “contenimento di spesa” nella scuola, progetto cui l’attuale non pare aver rinunciato, aveva detto chiaramente di considerare i test come misurazione (e valutazione) indiretta della qualità di istituti e insegnanti. Nelle famose 39 risposte inviate all’Ue nell’autunno 2011, vi è un riferimento esplicito alle prove Invalsi in rapporto ad accountability delle scuole, incentivi e finanziamenti. Per i risultati negativi, si parla di “ristrutturazione” e “ridimensionamento della singola scuola”, mai di rimedi.
Perché non si dice finalmente e in modo chiaro a cosa servono i test Invalsi? Finché non si darà risposta a questa domanda, non sarà possibile smorzare le polemiche. I test verificano infatti potenziamenti della qualità del sistema scolastico italiano mai avviati. Al contrario, i test sono stati imposti assieme a misure (tagli di ore e risorse, aumento di alunni per classe, accorpamenti) che hanno peggiorato gli standard qualitativi. Misurare gli apprendimenti dopo un triennio di risparmi sconsiderati, che hanno “fatto cassa” sulla scuola dello Stato è un esercizio retorico. Tanto più che né le precedenti misurazioni né gli esiti negativi dei test internazionali hanno indirizzato le politiche scolastiche verso l’incremento effettivo del successo formativo.
Le ambiguità proseguono: imposti lo scorso anno con una nota ministeriale, i test sono stati introdotti nell’art. 51 del D. L. n. 5 / 12: “Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria di istituto, alle rilevazioni nazionali riguardanti degli apprendimenti degli studenti (…)”. Il concetto di “attività ordinaria” non ha riscontro nel contratto di lavoro, che contempla attività “di insegnamento” e “funzionali all’insegnamento”.

È quindi una formulazione che lascia vari dubbi, ma che certo non afferma né l’obbligo dei docenti a svolgere i test a prescindere dalle delibere dei Collegi dei docenti né, tanto meno, quello di questi ultimi a deciderle. Ancora una volta la politica del Miur continua a essere improntata al non ascolto. Il silenzio produce il proliferare di una tensione inopportuna nel mondo della scuola (ci sono stati provvedimenti disciplinari nei confronti di studenti che non hanno voluto partecipare) e comportamenti truffaldini (dettatura delle soluzioni) da parte di insegnanti incapaci di sottrarsi, ma spaventati dall’incertezza dell’esito. Non varrebbe la pena dire, per una volta, parole chiare?

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Riprendono le (sbagliate) polemiche sulle prove Invalsi

Si sono riaperte le polemiche sulle prove Invalsi. Qui sotto l’articolo di Repubblica.

Per quanto perfettibili come ogni cosa un sistema nazionale di test standardizzati è essenziale a valutare i livelli di competenza dei ragazzi e, di conseguenza, delle scuole e degli insegnanti.

In buona o, spesso, cattiva fede si considera lo strumento “test” un modo per misurare la “cultura” dei ragazzi, cosa che chiaramente non è e non può essere. E’ un metodo, valido, per misurare certe competenze base.

Rifiutarsi di sostenerlo è come rifiutarsi di misurarsi la febbre o fare le analisi del sangue. Ogni terapia diventa impossibile.

In alcuni paesi, come gli USA, dove i test standard sono divenuti un “totem” e monopolizzano da decenni le atttenzioni e le preoccupazioni di studenti e insegnanti c’è un movimento di “reazione” verso questi eccessi. Siamo in Italia in situazione completamente diversa e la loro introduzione è a mio avviso indispensabile.

Essenziale una loro somministrazione corretta, evitando i “trucchi” e gli escamotages che spesso ci caratterizzano.

Al via i test Invalsi tra le critiche
Nel 2013 ci sarà anche l’inglese

Sindacati sul piede di guerra per le prove che iniziano oggi. Ma il ministro Profumo li difende: “Serve una cultura della valutazione”. E dal prossimo anno in arrivo nuove sperimentazionidi SALVO INTRAVAIA

Al via i test Invalsi tra le critiche Nel 2013 ci sarà anche l'inglese

TRA POLEMICHE e “novità” annunciate partono i test Invalsi. Da oggi, due milioni e mezzo di alunni italiani si cimenteranno nei test di Italiano e Matematica, ma come avviene ormai dall’anno scorso la prova è oggetto di mille polemiche: i Cobas e gli studenti la boicottano, mentre Flc Cgil e la Gilda denunciano le pressioni dei capi d’istituto perché le cose vadano per il verso giusto nei giorni in cui è prevista la somministrazione delle prove.

Ma il ministro dell’istruzione Francesco Profumo difende il test nazionale. “L’Italia – dice Profumo – ha bisogno della valutazione: solo guardandosi allo specchio il paese può migliorarsi. La carenza di cultura della valutazione” di cui soffre il paese “ci sta penalizzando nei confronti internazionali”.

Oggi, sarà la volta dei bambini di seconda e quinta elementare alle prese con la prova di Lettura e di Italiano. Domani, gli studenti della prima media affronteranno i test di Italiano e Matematica e dopodomani sarà di nuovo la volta dei bambini dell’elementare, alle prese con la prova di Matematica. La tornata di prove prosegue il 16 maggio con gli studenti del secondo anno delle superiori e si chiude il 18 giugno con le prove per i ragazzini della terza media.

Intanto i Cobas hanno proclamato tre giorni di sciopero. “I Signori Invalsi e il ministero – si legge in una nota del sindacato di base – dopo aver ripetutamente modificato le date dei loro ridicoli quiz, stanno spingendo la grande maggioranza dei presidi ad esercitare minacce e illegali pressioni su docenti e studenti affinché non si sottraggano alla distruttiva farsa degli indovinelli Invalsi”. E l’Unione degli studenti – al grido di “valutati, non schedati” – invita i ragazzi delle scuole superiori a boicottare i test consegnando la scheda bianca.

Per gli studenti i test “non valutano le buone esperienze educative prodotte nelle classi né fanno emergere i limiti della scuola italiana” e sono inutilmente costosi: “Nel 2011, mentre non si stanziava un euro per finanziare il diritto allo studio o l’edilizia scolastica, si sprecavano 8 milioni” per i test Invalsi.

Ma Profumo è di un altro parere: “C’è un’indicazione forte da parte dell’Europa per tutti i settori. Dalla ricerca, all’università, all’istruzione. L’Italia, pur essendo ricca di eccellenze, oggi si trova in difficoltà nei confronti internazionali proprio a causa della carenza di una cultura della valutazione, che, invece, deve diventare strategica per il futuro”.

La priorità dei test, rassicura Profumo, “non è quella di punire o premiare”. E gli insegnanti che minacciano di aderire allo sciopero? “Chiudersi non serve a nessuno, agli insegnanti dico che solo attraverso una fotografia corretta e trasparente della situazione attuale possiamo cercare di migliorare la scuola. Per questo li invito a partecipare, contribuendo a migliorare il processo di valutazione con le loro osservazioni, fornendoci il loro feedback per avviare un processo migliorativo”.

Intanto, la Flc Cgil ha scritto al ministro per invitarlo ad “intervenire sulle prove Invalsi, al fine di evitare una situazione di crescente tensione e contenziosi legali infiniti. Vi sono istituzioni scolastiche – spiega Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc Cgil – in cui i collegi dei docenti hanno espresso pareri contrari e altri dove i dirigenti scolastici non hanno ritenuto obbligatorio chiedere il loro pronunciamento e che ora pretendono di imporre ai docenti di provvedere alla somministrazione delle prove e agli altri adempimenti correlati. La cultura della valutazione non ha bisogno di autoritarismo, ma di processi partecipativi a partire dal pieno coinvolgimento dei collegi dei docenti”.

Anche la Gilda ha stigmatizzato il comportamento del ministero affermando, senza troppi giri di parole che il lavoro riguardante la somministrazione e la tabulazione dei risultati dei test “non spetta ai docenti”. Il perché è presto detto: “Oltre a invadere l’ambito della professione docente  –  spiega il sindacato  –  la somministrazione e la tabulazione meccanica non rientra in alcun modo tra le competenze che attengono agli insegnanti perché si tratta di attività riguardanti una valutazione esterna che non spetta ai docenti”. Ma viale Trastevere va avanti e annuncia anche le novità per l’anno prossimo.

Paolo Sestito, commissario straordinario dell’Invalsi, e Roberto Ricci, responsabile del servizio di valutazione, alcuni giorni fa hanno annunciato che le prove si svolgeranno non più su schede cartacee ma con l’ausilio dei computer e verranno lanciate verifiche sperimentali anche sulla conoscenza della lingua inglese e sulle competenze scientifiche nella scuola media. L’Invalsi vorrebbe estendere le prove campionarie ad altri ambiti disciplinari e ad altre classi dell’elementare e della scuola superiore, ma prima occorre una lunga fase di validazione delle prove prima di avviare la sperimentazione.

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Anche in USA lamentano l’eccesso di “privato” nella scuola

A Very Pricey Pineapple

The New York Times By 
Published: April 27, 2012

Actually (spoiler alert!) I’m going to use the pineapple as a sneaky way to introduce the topic of privatization of public education. I was driven to this. Do you know how difficult it is to get anybody to read about “privatization of education?” It’s hell. A pineapple, on the other hand, is something everybody likes. It’s a symbol of hospitality. Its juice is said to remove warts. And you really cannot beat the talking-fruit angle.

This month, New York eighth graders took a standardized English test that included a story called “The Hare and the Pineapple,” in which you-know-what challenges a hare to a race. The forest animals suspect that since the pineapple can’t move, it must have some clever scheme to ensure victory, and they decide to root against the bunny. But when the race begins, the pineapple just sits there. The hare wins. Then the animals eat the pineapple. The end.

There were many complaints from the eighth graders, who had to answer questions like: “What would have happened if the animals had decided to cheer for the hare?” They were also supposed to decide whether the animals ate the pineapple because they were hungry, excited, annoyed or amused. (That part bothered me a lot. We’ve got a talking pineapple here, people. You don’t just go and devour it for having delusions of grandeur.)

Teachers, parents and education experts all chimed in. Nobody liked the talking pineapple questions. The Daily News, which broke the story, corralled “Jeopardy!” champion Ken Jennings, who concluded that “the plot details are so oddly chosen that the story seems to have been written during a peyote trip.”

The state education commissioner, John King, announced that the questions would not count in the official test scores. There was no comment from the test author. That would be Pearson, the world’s largest for-profit education business, which has a $32 million five-year contract to produce New York standardized tests.

Now — finally — we have tumbled into my central point. We have turned school testing into a huge corporate profit center, led by Pearson, for whom $32 million is actually pretty small potatoes. Pearson has a five-year testing contract with Texas that’s costing the state taxpayers nearly half-a-billion dollars.

This is the part of education reform nobody told you about. You heard about accountability, and choice, and innovation. But when No Child Left Behind was passed 11 years ago, do you recall anybody mentioning that it would provide monster profits for the private business sector?

Me neither.

It’s not just the tests. No Child Left Behind has created a system of public-funded charter schools, a growing number of which are run by for-profit companies. Some of them are completely online, with kids getting their lessons at home via computer. The academic results can be abysmal, but on the plus side — definitely no classroom crowding issues.

Pearson is just one part of the picture, albeit a part about the size of Mount Rushmore. Its lobbyists include the guy who served as the top White House liaison with Congress on drafting the No Child law. It has its own nonprofit foundation that sends state education commissioners on free trips overseas to contemplate school reform.

An American child could go to a public school run by Pearson, studying from books produced by Pearson, while his or her progress is evaluated by Pearson standardized tests. The only public participant in the show would be the taxpayer.

If all else fails, the kid could always drop out and try to get a diploma via the good old G.E.D. The General Educational Development test program used to be operated by the nonprofit American Council on Education, but last year the Council and Pearson announced that they were going into a partnership to redevelop the G.E.D. — a nationally used near-monopoly — as a profit-making enterprise.

“We’re a capitalist system, but this is worrisome,” said New York Education Commissioner King.

The Obama administration has been trying to tackle the astronomical costs of 50 different sets of standardized tests by funding efforts by states to develop shared models — a process you will be stunned to hear is being denounced by conservatives like Gov. Rick Perry of Texas as “a federal takeover of public schools.”

Education Secretary Arne Duncan has also begun giving out waivers from the requirement that children in failing public schools be given after-school tutoring. Idea sounded great. Hardly helped the kids at all. But no for-profit tutoring company was left behind.

The pushback against privatization isn’t easy. We’re now in a world in which decisions about public education involve not just parents and children and teachers, but also big profits or losses for the private sector. Change the tests, or the textbooks, or the charters, or even the rules for teacher certification, and you change somebody’s bottom line.

It’s a tough world out there. Ask the talking pineapple.

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